sul libro ancora da scrivere


Riuscissi a non cercare compagnia
nei pomeriggi grigi, nei week end,
e a vivere di poco, di un part time,
di ancora meno di quanto mi basti.
Niente più blog, amici di penna,
fast poetry, lepide e-mail.
Né questo vano mestare in quaderni
lagni amorosi e vieti canzonieri
in vita e in morte d’indegne madonne.
Ma cosa ho scritto in tutti questi anni?
Dov’è il fiore splendente che intristì
e si chiuse nel frutto imbozzacchito?
Non era questo il poema che il cuore
allevava – quand’ero giovane:
questi versi imbastiti nei ritagli
di tempo, frettolosi e malcontesti.

Potessi ritrovare l’innocenza
d’appena ieri (ero giovane ancora
a cinquant’anni, quando accadde il fatto).
E se non ho più filo per la tela,
avessi ora il coraggio e la pazienza
di riannodare, qui, nella voragine
della pagina, i fili spezzati.
Non importa se al libro di una vita
difetterebbero l’arte e la scienza
(che una prudente gioventù operosa
m’avrebbero ottenuto, e non l’amore):
potrei almeno mostrare al mondo e ai figli,
come i vecchi orgogliosi e sconfitti,
i sacrifici, il frutto del lavoro.
Ma ormai io non avrò figli spietati
da cui sperare assoluzione e affetto
o compassione invece che disprezzo.

capodanno in famiglia


Un vero luminare, lo specialista.
Per duecento euro formulò una diagnosi
che potrei definire vaga, certa
e quasi certamente non infausta:
acufene a bassa frequenza.

E’ un rombo qui, nell’orecchio,
dentro la testa. E non c’è cura, salvo
questa: “fare finta di non sentire,
pensare ad altro, avere pazienza”.

E’ come fossi dentro una vecchia auto
(diesel, motore ancora buono):
la città si allontana alle mie spalle,
è notte, ho fatto il pieno, piove un poco
e la strada è deserta.

Pazienza? Neanche a dirsi. Io dormo e mangio
e leggo, poi di nuovo mi addormento.
E di che cruccio o patimento o attesa
ora potrei soffrire
– nello stato in cui sono,
ottuso di cibo e vino,
nel luogo delle mie buie vacanze,
nella casa degli avi, nel paese
del sonno e dei dormienti?

“Sei nel tuo” dice mia madre.
E intende: in casa mia,
a bere della mia botte
e mangiar pane della mia farina.

Un tempo resistevo, ho resistito
e questo mortifero sopore.
Ma ora sono stanco. Si dissolve
ogni inganno e fantasmagoria,
spenta la televisione. Chiudo gli occhi
e lascio che empia l’anima svuotata
il grato, cupo suono dell’oblio.