Con l’immobilità
del capo, e quei capelli,
cosa voleva dire
– a me che, se parlasse,
non la potrei capire
– lei che mai più potrà
dire alcunché, eppure
vuole che la si canti
bella, che la si ami,
anche così lontana:
quale promessa, quale rinnovato
addio, quale racconto
o confessione postuma,
con quei capelli scuri
e più folti, mi è parso
– lei che li ebbe chiari
e quasi radi?

non sono sogni


Le lettere che mi spedisco, come le chiami,
e che mi recapito ogni notte
dalle quattro alle cinque – tu sostieni
che m’impedisco di aprirle – ma lo vedi,
non mi curo neppure di cifrarle.
Non sono veri sogni,
te ne faccio il racconto al telefono
come di viaggi e sperdimenti reali.
E tu ch’eri con me, guida e compagna,
sai già dov’ero, in quale stazione
e per quale disguido.

Reali sono i grovigli d’incroci,
le peripezie gli abbandoni,
le irriconoscibili macerie
della mia casa, le città informi
e i lutti e le persone. Mi ricordo
persino i fatti: accaddero di giorno,
un giorno, e li rimemoro
ogni notte, senza pietà.

Nessun arcano messaggio,
nessuna premonizione se non questa:
tutto è accaduto, niente accadrà più.
E tu, amata e sempre presente,
specchio fedele, mio sguardo severo,
non sei altri che tu, ombra perfetta,
mio doppio altero, mio travestimento.

scrivere


Preferisco leggere, la sera.
La scrittura oramai
non è che un videogame, e non a caso
non so giocare senza una tastiera.
A ogni livello aumentano le trappole,
gli handicap, gli accidenti.

Oltre alle solite (il caldo, la pigrizia,
l’assenza d’avvenimenti)
m’impacciano altre noie, altri tormenti.
E poi le solite scuse, come il dirsi
che non serve a niente, o la coscienza
d’avere speso la massima parte
del tempo della vita, la migliore,
e che non c’è più tempo da scialare.

Ma una voce benefica e maligna
mi incita, mi sfida:
provaci adesso, prova
così, senza l’amore, senza una pena,
senza scopo alcuno – Prova
a star seduto sei ore
con questo mal di schiena – Se sei bravo,
prova, ipocrita, senza parole.