ritorno


Com’è triste, difficile il ritorno
e irreale ed estranea questa casa.
Niente qui mi appartiene fuorché questa
testimonianza, effigie di un incontro
forse solo sognato.

Forse domani anch’io saprò vedere
i belvedere, i luoghi, le contrade
dove conduco chi mi vi conduce.
Però non saprò mai dove si vada,
altri l’avrà saputo.

alla mia cara… fotografa


Donna dagli occhi chiari, grandi quasi
come il display della tua fotocamera,
che vita complicata, e quanto a lungo
ne fluisce il racconto – interminabile,
interrotto soltanto dagli scatti
che allestiscono per la memoria
lo sfondo al nuovo episodio.

(So a chi lo stai raccontando,
stasera, già lontana)

Sono belli, i tuoi occhi, e così chiari
perché sanno guardare, anzi vedere,
oltre che valutare le inquadrature,
saggiare i controluce. Sono belli
perché facili al pianto,
e perché puoi resistere alla luce
meridiana, là in cima alla rocca,
senza occhiali da sole – vuoi restare
nell’incanto, nel sole che in te brilla,
nell’ostinata sacra vocazione
a voler credere a tutto,
persino alle parole, e nell’amore.

poster


In uno di questi giorni di quasi autunno,
un mattino o nel tardo pomeriggio,
quando il sole accarezza più dolcemente,
mi stenderò insieme a te
sul prato di villa Pisani,
vicino alla statua sbilenca
di un satiro ghignante o di una ninfa.
Ma andrebbe bene anche l’erba
di un parco cittadino.

Ti verserò nell’orecchio rosso come un papavero
parole quasi d’amore,
ti solleticherò la nuca
con un filo d’erba, una festuca.
Che visione quel verde e, in primo piano,
come in una macro,
la lanugine d’oro – e le tue ciglia,
esili giunchi in riva a un lago chiaro.

Invano tu cercherai a tentoni,
mentre ti abbraccerò,
il Nokia e la prodigiosa fotocamera.
Io li avrò gettati nello stagno.



Un de ces jours de quasi-automne,
un matin ou en fin d’après-midi,
quand le soleil caresse plus tendrement,
je m’allongerai avec toi
sur le gazon de Villa Pisani,
près de la statue boiteuse
d’un satyre au souris malin ou d’une nymphe .
Mais il suffirait aussi l’herbe
d’un parc urbain.

Je verserai dans ton oreille rouge comme un coquelicot
des mots presque d’amour,
je chatouillerai ta nuque
d’un fil d’herbe, d’une féstuque.
Quelle vision ce vert-là et, au premier plan,
comme dans une macro,
le duvet d’or de tes cils,
frêles roseaux au bord d’un lac transparent .

En vain – moi qui te serre dans mes bras –
toi tu chercheras à tâtons ton Nokia et ta formidable “caméra”.
Je les aurai déjà jetés dans l’étang.

(traduit par madeinfranca)

domenica


Che festa gli urli estivi dei bambini
nelle belle giornate come questa,
laggiù, nell’altra casa,
in un altro tempo della vita.
La porta sempre aperta sul cortile
dove anch’io avevo giocato,
il vociare ad ogni ora e gli abbai
di donne e cani felici.

Ora non li sopporto,
i bambini e le madri e gli animali.
Già di mattina chiudo il balcone
e accendo le luci, la radio,
il condizionatore
e il pc: in quest’ordine.

Maledetti vicini, maledetto
condominio multiculturale.
Anch’io finirò per chiamarli
barbari marocchini mustafà,
io più di loro clandestino.