fine dell’estate?


Il cupo, interminabile temporale,
le brutali ventate
di ieri, le sirene dei pompieri
accorsi a sgombrare la nazionale
degli alberi sradicati.

Ma io non mi rassegno.
Patirò il freddo anche stanotte,
nudo sotto un semplice lenzuolo.

Il meteorologo in televisione
la dichiara finita – finita.
Temperature in picchiata,
assicura il telegiornale.
E mostra gli ombrelloni ammainati
su una spiaggia adriatica.

Eppure non mi rassegno.
Non oso telefonare
a mia madre – che non mi dica
che anche laggiù è finita.

lotta


Chi era il bersaglio? Contro chi scagliava
all’improvviso lacrime furenti
il tuo amabile sguardo? Chi
ti minacciava, se così lottavi
col mio abbraccio sgomento
e dall’esile gola prorompeva
l’orribile anatema?

Contro chi agitavi le braccia
nella scomposta scherma? Era un mostro
malvagio in cui si trasfiguravano
sembianze finora benigne? L’idra di Lerna
che con nove fauci ti mordeva?

Era un solo nemico? Erano tanti?
Era solo il mio amore? O un’antica,
torva schiera di amanti?

(autunno 2004)

 

gita in barca


Sono partito infine, è non è stata
solo una gita in barca. Ero lontano,
in un paese appena tentato
dall’immaginazione. La laguna,
i sentieri selvatici di mare
tagliati tra i canneti
di puccinellia palustris, dove vola
l’airone cinerino e su ogni palo
sta solenne un gabbiano.

Ero con degli amici. “A che pensi?”,
mi chiede uno. “A chi?”, incalza l’altro.
Io, nel cuore, come un gabbiano
presidio la mia briccola, il mio palo.
Penso che me ne andrò altrove, che non amo
nessuno e non voglio vivere in nessuno
dei luoghi dove ho vissuto.