bah!


Chissà se c’è davvero. C’è chi giura
d’averla vista all’alba, chi di notte,
alle undici di sera alle otto all’una
e persino di giorno, ad ore strane.
Potrebbe non esistere o, se esiste,
rivelarsi soltanto agli iniziati.
Mente agli occhi assonnati, è un’apparenza,
un satellite meteo, una vana
parvenza tra le nubi novembrine.
E’ un concetto, un’ipotesi, una mezza
verità che talvolta appare intera.
Sarebbe, se davvero fosse vera,
così incostante ubiqua salterina,
ora rossa ora bianca ora di rame,
ora più tenue di una lieve piuma
ed ora incisa come una lacuna?
L’orbita irregolare a serpentina
è una scusa di chi ci crede ancora,
di chi incolpa le stelle d’ogni strana
altalena del cuore – non esiste
in nessun luogo, né è esistita mai,
la luna.

aprendo un pacchetto


Io come te infedele,
per quanti anni ho atteso.

Infine ho preso le forbici. Prima di aprirlo,
l’ho scalpato, ma lentamente,
perchè, sai, eri stata crudele
a tradire la tua quasi promessa.

L’incarto era di carta nera e rossa,
d’oro il nastro e tutto arricciolato
come capelli arruffati.

Non sapevo più dove tenerlo.
Sul tavolo in cucina mi pareva
troppo in vista: gli amici
mi avrebbero chiesto per chi fosse.

Inoltre non volevo avere fretta,
né, questa volta, essere ottimista
come quando avevo acconsentito
che entrassi nella mia casa più segreta.

In un cassetto no, troppo nascosto.
Speravo di non dimenticarti,
o di aspettare il tempo di capire
se valesse la pena aspettare.

Sul comò forse, innanzi alla specchiera
in cui a lungo si specchiò, tetragona
bambola capelluta. O sulla panca,
negletto e impolverato come altri
più antichi ingombri. Oppure sopra il letto
dove avresti dormito con me – forse.

Molto di te mi avevi raccontato,
tutto di te ignoravo, tranne gli occhi.
Ti sarebbe piaciuto? Era un po’ troppo
o troppo poco? E inoltre (e innanzitutto),
avresti, amore, preso quel treno
prima che la rafia delle ciocche
perdesse il suo colore?

 

“amore”


Me la ritrovo scritta dappertutto,
pubblicata e inedita, segreta
e, ahimè, oscenamente divulgata,
la parola, e con essa la notizia
che ho amato. Né posso più nasconderla:
impiegherei mill’anni a cancellarla.
“Amore”! – Ma cos’è, Diotima, amore?
Non è che anomalia grammaticale,
un predicato strambo tra io e tu,
(tra tu e me): un affetto, dopotutto,
divenuto affezione del linguaggio,
una proliferazione di linguaggio
maligna. Il te è fungibile: ci metti
qualsiasi nome e il canchero rimane.
A volte pare a te che non funzioni
la permutatio: io invece di tu,
te in luogo di me, ma quel costrutto
resta un vacuo nonsenso, una finzione
di senso, un’illusione.

Il contravveleno a volte è un semplice
“Non”, che è una parola tra parole.
E se non basta, puoi scrivere e dire
parole di dispregio – e vedrai, Diotima,
vedrai che svanirà come un folletto,
un sospiro nell’aria, il sortilegio.

 

domenica


Mi alzo dal letto che ho già preso
la grave decisione
(o forse è lei a prendermi,
mentre ancora sbadiglio): mi rado.
Lascio solo il bargiglio.

I primi peli grigi sulle gote.
Tardivi, a dire il vero. E un poco storti.
Ritti, stopposi, quasi un’aliena,
più ispida vegetazione.

(Avevo scritto qui, ieri sera,
due mezze righe. Versi, pressappoco.
In uno compariva tra due virgole
la parola amore. Seleziono,
premo Delete. Le dodici e trenta,
l’ora di colazione.)

 

diario autunnale del fotografo dilettante


Eppure mi è parso, in questo autunno
che inganna con troppi specchi,
di rivederti nell’oro di un faggio,
nel verde dei tigli che si sfa
in ruggine e nel verde che resiste,

nello specchio di un lago, in uno sterpo,
nelle ramaglie sommerse. 
Ho creduto
di ritrovare un colore, un indizio
del tuo lieve passaggio, del tuo passo,
una baluginante somiglianza
ai tuoi occhi e alla tua figura.

A volte, persino,  imito la tua postura
inquadrando un cespuglio di mirto,
e mi pare quasi di riuscire
a usurpare il tuo sguardo.

Ma l’illusione dura fino a sera,
quando sul desktop, dove ora abiti,
smuoiono i colori dell’autunno
che troppo, ahimè, rifulgono.

Invano aumento la luce,
il contrasto, la saturazione.
come con altri amori, in altre stagioni.
Non ritrovo i tuoi occhi, né il mio cuore.

un’e-mail da Parigi


Il tuo SONO FELICE cubitale
(espressione inconsueta, qui da noi)
ha illuminato oggi una giornata
autunnale, di cupo malumore.
“Sono felice”: seguono alcune
righe vuote – t’immagino
sola e felice in una stanza piccola
picchiare a raffica sul tasto Invio
perché si spicchi questo raro sole,

perché le due parole inconcepibili
brillino qui di quella stessa luce
che ancora, a notte fonda, ti riempie
gli occhi e il cuore (“Ti scrivo da un hotel
modesto, in boulevard Saint-Michel.
Puzza di piedi, ma dà su un giardino
che ha tutti i colori dell’autunno”).

Massimizzo la window. “A Parigi”,
prosegui, “è molto freddo, ma oggi il sole
per tutto il pomeriggio ha rischiarato
la lunga, estatica mia passeggiata.
Place du Tertre, gli Champs-Elysées
la fontana di Tinguely, Montmartre
Pont Neuf, il Café Procope…” (l’Operà
lo scrivi con l’accento sulla a).

“Ma non dirlo a nessuno, a nessuno”,
concludi. “Ti uccido se lo dici”.
Non mi spieghi il motivo, ma io capisco
perché non vuoi che sappiano gli amici
del tuo week-end, di questa passeggiata
a Parigi (ah, Parigi!). E così ammicchi,
mi apri la mano, ci metti furtivamente
la città dei miei sogni e la richiudi.
E’ un regalo, un regalo per me:

che non si perda come sbadigli
la tua notizia di felicità.
I boulevard i ponti e quella luce
sono per me, che tradisco il segreto
per rischiarare un poco ces parages
con la tua e-mail felice.