microarchivi

Comprimere gli album di famiglia,
i miei quaderni, la mia cineteca
privata (e pirata) e i miei CD
in quattro cartelline non più grandi,
ciascuna, di una C o di una D,
il tutto impaccato (packed)
in una chiavetta USB,
è un ottimo esercizio
d’annientamento, una preparazione
all’altra riduzione, che avverrà,
dell’immenso me stesso
in una minuscola urna cineraria.

Infine, non ci pare tanto stramba
l’antica idea balorda che di noi
niente si perda, e che tutto
possa durare, esistere e consistere
nel niente.

riordino

Quanto tempo e fatica ci vorrà
per arieggiare e rassettare infine
questo buio abituro in cui ristagna
il sentore del sonno. Da decenni
mi dico che sarebbe un nuovo inizio,
una svolta più ardua di un trasloco,
di un divorzio, di un trasferimento
all’estero, riuscire una mattina
a spalancare porte e finestre
come quando si abbattono tramezzi
si incalcinano i muri, si restaura,
e cominciare a togliermi di torno
tutto questo ciarpame.

Vicino al letto sempre disfatto,
sulla pila di stracci da stirare
c’è pure, ben ripiegato
e a portata di mano
un molto evocativo asciugamano.
E’ estate, amore. Potremmo di nuovo
tenere la finestra spalancata
al sole e al concerto dei merli,
e noi stessi cantare.
Ma non dobbiamo. Così la finestra
rimane chiusa, perché non ritorni
e m’entri nella casa e dentro i sogni
l’uccellino fuggito dalla gabbia,
l’allodola, la zigoletta mia,
la ciuffolotta, il topino muschiato.
O forse perché non evapori via
l’afrore… stavo per dire del peccato.


Sono così incerte le stagioni
ora che i giorni sono così lunghi,
le notti sempre più brevi,
i sogni faticosi, e non sappiamo
da quale viaggio, da quale cimento
non troviamo riposo.

Crediamo sia il cielo a incupirsi,
il tempo a variare, primavera
a mancare all’appuntamento,
ma è il cuore che non sa più a aprirsi
a una vera schiarita, è il suo autunno,
lo scandaloso avvizzire degli anni
a fare di ogni stagione una mezza stagione,
del desiderio un mezzo desiderio
e dell’amore, per quanto sia
sospiroso, una sua parodia.


E’ stato faticoso stamattina
districare il racconto dal garbuglio
dei sogni, risalire dagli abissi
verso un varco di luce, una carena
di una barca in attesa.
Sirene mi chiamavano, alghe torbide
m’avvincevano i polsi e le caviglie.
C’era come un’urgenza e un rifiuto
di ricapitolare e ritrovare
l’epilogo, la nota trafittura,
il sollievo e la pena del risveglio.