stagioni


Non resistere oltre, a malincuore
persuadersi che piove, che fa freddo
e indossare degli abiti più adatti
alla stagione. Arrendersi all’autunno,
dare ascolto al prudente incappottato
che consiglia prudenza mentre irride
e commisera e invidia
questa esigua maglietta da ragazzo.
Non è tempo da andare nella pioggia
a capo scoperto, o nelle pozze
con le scarpe di pezza. Sì, ti accade
che spunti un po’ di sole l’indomani,
ma ormai è ottobre, anzi già novembre.
E la stanchezza il meteo i malanni
e persino la mamma, come sempre,
ammoniscono che non è più tempo
di amori, di mattane.

 


Il cordless, il pc, tre cellulari,
la tv, radio tre… Quanti congegni
da spegnere e riaccendere e rispegnere
per non aspettare e non pensarti,
per riuscire a pensare,
o almeno a rassettare questa casa.
Non sono mai realmente connesso
e mai davvero offline, mai operoso
e mai del tutto ozioso, e non ancora
deciso a riamarti, a lasciarti
o a lasciarmi lasciare.

e io che pensavo


“E io che pensavo che l’amore fosse…”,
mi scrivi, e non hai più quattordici anni,
e neanche più quaranta. Se la frase
finisse qui, io ti risponderei
che ho sempre sospettato che non fosse,
pur avendone, ahimè, saggiato il morso.
Ma a quel “fosse” tu accodi una sequela
di predicati blasfemi, esecrabili
per un vecchio Werther come me.
Pensi che sia gioioso,
e non solo: svagato, spensierato,
distensivo, tonificante
e gratuito. Un po’ fitness, insomma,
e un po’ babbo natale.