passeggiata a Giare

Giare – Questa fila di capanne
che non sono capanne ma cavane,
lungo il canale che non è canale
ma esso stesso mare, anzi laguna,
tanto è incerta la striscia di terra
che lo separa dalla barena.
E questo, all’altro lato della strada,
è un campo di rape, esattamente
di ravizzone – sì, ricordo il nome
che m’insegnasti: brassica campestris.

Ripasso la lezione: il ravizzone
è questo giallo mare luminoso
solcato da scriminature verdi
di non so che altra erba; le capanne
di legno scuro, dal tetto di canne,
si chiamano cavane (sì, ricordo).
E le canne non sono proprio canne
ma grollo (graminacea:
puccinella palustris).
No, non conosco la derivazione
del toponimo Giare,
nè la direzione per Oriago
di Mira, Borbiago di Mira,
Gambarare di Mira: dimmi tu
e conducimi, Arianna, ottima guida.

Fa che io non sia straniero in queste lande
di terre e d’acque – indicami, insegnami
il luogo dove vivo da vent’anni.
Qual è il Bacchiglione, quale il Brenta
in questo intrico di fiumi e canali?
E Marghera dov’è, dov’è Venezia
in questo mare che non è il mare?

prima del risveglio


Impaniata nei sogni, affaticata
da peregrinazioni senza fine
per ignoti quartieri e casamenti
in rovina, la mente si accanisce
su un’assenza che incombe, una lacuna.
Cerca ciò che è perduto: un taccuino,
un nome, forse un civico e una targa,
un post-it, un memento.

Mancherò a una promessa, farò tardi
ad un appuntamento, né m’aiutano
i casellari d’infiniti archivi,
il pc, il cellulare: su ogni pagina,
su ogni scheda e display è una fatale
cancellatura, una macchia nera
che cresce come per un’erosione
intima, per un cancro che fermenta.
e-mail Indirizzari sms
risucchiati a milioni in un vacuolo
che si allarga, diventa un maelstrom
universale.