una certezza


Se pure, com’è plausibile,
tu avessi un nuovo amore
o un nuovo operatore telefonico
e avessi cambiato numeri e indirizzo
e per un blackout universale
una catastrofe una migrazione
di massa, intercontinentale,
non esistessero più né le zie
né la posta elettronica
né amici comuni né postini
né curiosi e pettegoli e ruffiani
né radio e gazzettini e link obliqui

se anche non dovessimo di nuovo
incrociare le nostre rotte sbandate
per una tua o mia distrazione
per una infrazione stradale
come quando imbroccavo dieci volte
lo stesso ZTL
perché guardavo te mentre guidavo

e se tu non andassi mai più al mare
né al lavoro né altrove
e io non conoscessi tutte le strade
le svolte i portici i bar i negozi
le librerie le fermate dei bus
dove ti portano impegni sconfinamenti
divieti intralci disguidi commissioni
ordinarie disgrazie e infedeltà

se anche non volessi più vederti
perché non voglio, no
vederti né incontrarti
finché vige inflessibile il divieto
(mio o tuo non importa)
non dico di toccarci ma persino
di dirci ciao come va
se persino emigrassimo, io in Lapponia
e tu in Nuova Zelanda
e tu ti sposassi ancora sette volte
e avessi venti figli neozelandesi

salvo che uno di noi due non crepi,
prima o poi finiremo ancora a letto.
Ne sono certo.

ciò che resta


Mentre scrivevo e scrivevo
e cancellavo,
stavo per scrivere che questo mio scrivere
consiste nel cancellare
più che nello scrivere – e intanto
che scrivevo e scrivevo e cancellavo,
pensavo a tutte le volte
che ho deciso fermissimamente
di chiuderla qui, di lasciarti.

C’era un errore logico patente,
perché, se in effetti rimane
un numero esiguo di parole
rispetto alle molte parole cancellate,
è anche vero che le cancellate
le avevo scritte, prima di cancellarle.

Scrivo cancello riscrivo
ricancello – e inevitabilmente
io ti penso, mio amore.
Il saldo è positivo, in fondo. E infine,
scrivendo e cancellando, in ben due ore
ho dato all’esistenza le parole
che puoi leggere qui.