Rovistando nei cassetti

Ci sarà pure qualcosa da salvare
che abbia un nome, una provenienza certa
e sia una cosa mia,
tra questi indecifrabili detriti.
O qualcosa da leggere che non sia
un libro – perché i libri sono troppi
per appartenere a qualcuno:
mi entrano in casa da sé come falene,
palpitano un poco all’inizio,
si posano negli angoli e lì restano.

Di tanti anni e di alcuni amori
(poche avventure senza conseguenze
e una vera sventura)
dev’essere rimasto un documento
manoscritto e firmato, che certifichi
che qualcuno ha vissuto in questa casa.

Una lettera, forse, dell’epoca
in cui se ne scriveva
e la posta elettronica non c’era.
Quella che lessi fino a consumarla
e mi rimase oscura.

Disordine

C’era qualcosa di urgente da fare
stamattina, ma non so più cosa
e perdo tempo in un surfing inconcludente,
consulto qualche quotidiano online,
scribacchio versi, tento invano le corde
dello strumento scordato.
Poi per ore mi affanno
in faccenduole domenicali.
Rimesto mucchi di maglie infeltrite,
annaspo tra libri e cianfrusaglie
come con l’intenzione di rassettare,
o di anticipare lo scompiglio
del prossimo trasloco.

Spalanco le ante dell’armadio
come si apre un libro
a una pagina a caso,
per trarre un vaticinio da una frase
o coglier di sorpresa
la verità nascosta,
per trovare qualcosa di perduto,
un passo, della vita, che mi piacque
e non so più dov’era.

Ma la verità è che non cerco
e che qui non c’è niente da trovare.
Niente di necessario o che mi manchi
negli angoli morti e nella polvere,
né un verso tra i molti affastellati
che abbia una ragione
per essere lì e non altrove.
Non un oggetto utile, una penna
che scriva, un foglio bianco su cui scrivere,
un CD nella sua custodia,
una cosa che a un’altra si accordi.

Non un indizio di nobili intenti,
il residuo di un’opera compiuta,
la traccia o il ricordo di un progetto,
la scoria di un momento
di felicità vera.

sonnolenza

Passato il grande freddo, non ci resta
che stare nella solita temperie,
sbadigliando e un poco trepidando,
nell’attesa del prossimo Burian
o d’altri venti più perniciosi:
degli Unni, degli Alemanni,
di un referto infausto, di un lutto.
O dell’amore tremendo, che ci riscuota
da questa sonnolenza
e bruci ciò che rimane – del meteorite
che ci schianti.