Certezze

Qui no, non può accadere, dice il vicino,
che ci crolli il soffitto sulla testa.
Sotto i nostri piedi non ci sono
lava fuoco crepacci sotterranei,
croste di roccia crepate come forme
di Parmigiano caduto dagli scaffali,
né strisciano sotto queste case
malefiche placche tettoniche
sospinte dalla deriva dei continenti.
Qui i fiumi non possono esondare,
li hanno deviati, costretti in canali
ben disciplinati. Le brentane
non sono che un ricordo, figurarsi
i terremoti: non ce n’è mai stati.
Queste sono paludi bonificate,
qui sotto c’è acqua e fango, qui è una landa
sicura, ammortizzata.

No, non moriremo di terremoto
io e il mio grasso asmatico vicino.
Tutt’al più pioveranno rane
nel giardino condominiale.
Posso dormire il sonno del giusto
(ho donato due euro via sms)
e godermi in tv lo show no-stop
di questo e altri disastri.

Programmi per la serata

L’automa assonnato, inconsapevole
d’ogni suo gesto, vuoto di emozioni,
evita per un pelo un incidente,
si riscuote – e con allarme scopre
che in fondo al cuore smorto era contento,
dopo le sue otto ore di lavoro,
di tornare a casa a fare niente:
di non saper che farsene
del pomeriggio quasi assolato,
dopo giorni di quasi maltempo
e d’altre irrisorie indecisioni.
Cenerà da solo, a uova sode,
il pasto dei cornuti, giustamente
parco, poiché crollano i mercati
e le case le chiese i capannoni.

Precise generalità

Ho totalizzato una ventina
di duplicati del mio documento
d’identità. Nonché perderlo spesso,
lo lavo in lavatrice, lo cancello.
Mia moglie ride, dice che anch’io sono
la duplicazione reiterata
d’uno smarrito labile me stesso.

Se io sia ammogliato o no, non saprei dire,
perché non conta lo stato civile.
Quanto al sesso e alla fedeltà,
è un matrimonio casto, e i tradimenti,
sporadici e ammessi, non comportano
che blande gelosie dissimulate.

L’impiego, quello è stabile, statale.
Ma se mi si domanda in che consistano
le mie mansioni, la risposta giusta
è che traggo acqua da un pozzo
con un paniere, servizio che svolgo
con qualche solerzia e diligenza.

Dove abito o eleggo residenza
non è mai il luogo dove vivo.
Io e mia moglie abitiamo
in due case diverse; figli miei
potrei averne, ma non li conosco.
Qualche volta fui padre putativo,
ma resto orfano e figlio, in prevalenza.

Lontana dal villaggio dove scrivo
c’è una lucida stele d’alabastro
che insieme ad altri nomi reca il mio
e la data in cui nacqui, ma è probabile
che neppure lì abiterò.
Mi piace pensarmi esule. Non so
da quale patria e per quale viaggio.

Gesù, fammi essere cattivo

Se mi venisse dal cielo
un soccorso – non alle mie
rogne (mi ci sono assuefatto),
ma a questo malumore, a questa bile;
se stesse per colpirmi, non richiesta,
una grazia, qualcosa
come la luce della conversione
e dal cielo una voce mi dicesse:
sia pace in terra e perdono
nel tuo cuore, e sonno tranquillo
all’ora giusta, senza diazepam;

se quest’altro accidente mi accadesse,
vorrei non fosse adesso, subitaneo
come un’apoplessia, ma annunciato,
programmato e un poco negoziato:
dopodomani, tra una settimana,
il tempo di commettere una vera
malazione, da meditare bene,
di dire pane al pane e vino al vino
a qualche cialtrone che so io.

No, non potrei pentirmi
prima di ottenere dal tuo Dio
che restasse ingorgato ancora un poco
il rospo nella strozza. Invocherei
non la facoltà di far vendetta
tremenda, nel modo che desidero,
ma il coraggio della cattiveria
e l’occasione di dire due parole
giuste, al momento giusto,
perfide quanto basta.

La Grecia non ce la farà

In altri tempi questa mia pigrizia
come il bozzolo di una grassa larva
incubava per anni avvenimenti
che mai avrei creduto, decisioni
temerarie che niente in quella pace
lasciava presagire. All’improvviso,
senza una vera ragione,
mi alzavo dal divano e me ne andavo.
Abbandonai nottetempo la casa,
la famigliastra, il letto coniugale.
O ne fui sfrattato, non ricordo.
Pioveva, era febbraio.

Ora di nuovo ingrasso, dormo molto.
Aspetto che la crisi si inasprisca,
forse, che marcisca e si riveli
la piaga che non duole, che esploda
senza preavviso un mio bubbone.
Sì, può accadere ancora che maturi
nel sonno il cambiamento, come allora.
E se non basteranno inerzia e accidia,
sarà Fortuna a sviarmi dal progetto
di non avere mai alcun progetto.

Si può sbandare, finire fuori strada
per un colpo di sonno,
andando così piano. O ritrovarsi
in pigiama per strada, di notte,
mentre la casa crolla. Può accadere
un innamoramento, persino,
ancora un salvifico infortunio
in questo rimasuglio di futuro.

O forse è tardi per ogni accidente.
Era già tardi quarant’anni fa,
ma ora lo è di più. E fra vent’anni
i nipoti mi cacceranno via
da casa mia, o mi consegneranno
a una moldava corpulenta, bionda.
Si chiamerà Katiuscia, Alina, Irina.
E chissà che il marasma non m’ispiri
ancora qualche poesia d’amore.

Les jeux sont faits, o cara mia speranza,
a questa Età, a parte che la Grecia
è già spacciata, non ce la farà.
Ci invaderanno le armate di Serse,
ci rimetteremo il conto in banca,
perderò la pensione, perderemo
alle Termopili e a Salamina.
E tutto questo non avrà importanza.

Rassegna stampa

Dove sono finiti i miei vischiosi
fantasmi, le amanti molto amate?
Nelle notti di chi sono migrate?
Da mesi ormai ho smesso di sognarle
e mi pare mill’anni: altre stagioni,
altre epoche e mondi.

Ora sogno TG giornali online
talk show rassegne stampa
notturne e mattutine; mi affannano
Il saliscendi di FTSE MIB e spread
nei grafici del Sole 24 ore,
gli arcani ideogrammi che raffigurano
gravissime aritmie, malattie,
pestilenze e miseria. E poi le voci
sguaiate di profeti e di dannati,
la salvezza e l’inferno – E la guerra,
la guerra nelle vie e nelle piazze,
nel condominio multiculturale
e persino qui, in casa mia.
Sfondano la porta con l’ariete
guerrieri, forse barbari, Alemanni,
o forse Greci, opliti con le lance,
gli elmi crestati e occhiuti – quei diagrammi
dipinti sugli scudi scintillanti.

Mi sveglia alle otto meno venti
il fabulare un poco trafelato
e pur sempre rassicurante,
molto urbano, di un noto giornalista:
di Cazzullo, di Stefano Folli.
La rassegna stampa, per l’appunto.

Strammàti

Erano più allegre, un tempo,
le rievocazioni cui indulgiamo
sempre più spesso, io e i quattro amici,
sebbene i fatti, raduno dopo raduno,
appaiano sempre più buffi.
Da molti anni non siamo più giovani
e solo ora, vecchi, lo sappiamo.

Qualche bicchiere, molte sigarette,
e infine eccola qua la nostra vita:
logori aneddoti, macchiette
e personaggi strambi. Strammàti,
li chiamiamo noi, a nostra volta
strammàti nei discorsi d’altri vecchi
delusi e maldicenti.

Ridiamo fino alle lacrime,
dispiegando la solita parata
di marionette fruste, amici, amori,
le gaffe degli sbadati come me,
i numeri dei poveri buffoni.

Ma abbassiamo lo sguardo, rimestando
le cicche, quando poi enumeriamo
quelli che non abbiamo più potuto
o voluto incontrare,
i più sfigati, gli squalificati
e chi si ritirò con disonore
da questa corsa zoppa che prosegue
verso mete che non sappiamo più.

Come avvenne, quando è accaduto,
e che potevamo fare noi  per loro,
per i già morti, per gli alcolizzati,
i colpiti da tegole, da infarti,
separazioni – e specialmente per
gli strammàti. Come quell’altro
tanto bravo a suonare la chitarra,
che impazzì all’improvviso
– per amore, si disse.

Tornò da Roma, dopo l’incidente,
e non uscì mai più dalla casa dove ancora
vive la vecchia madre – Per amore!
Ma altro male covava, altra è la pena,
più tremenda la tabe che ci scava.