Agonia

Ma che hai, Chenzia, Kenzia,
Howea belmoreana
o come diamine ti chiami?
Perché le tue belle palme verdi
aperte fiduciose,
le tue lunghe foglie spadiformi
si afflosciano intristiscono
e si accartocciano poi
come dita di arti paralitici?

Ti ho dato troppa acqua? Troppo poca?
Ti hanno bruciata d’inverno i caloriferi
o ti assidera il condizionatore
nell’estate improvvisa?
Taci. Lo so, non hai abbastanza luce
di giorno, e ti spegne la luce
delle lampade alogene, di sera.

Vuoi un fertilizzante? Un funghicida?
Uno delicato spruzzo sulle foglie
col nebulizzatore? Una carezza?
Vuoi un cielo arboreo, farfalle,
uccelli e verdeggianti compagnie
da sottobosco tropicale, e fiori,
qui, nella casa di un vecchio?
O che ti lasci agonizzare in pace
senza altri conforti che il silenzio
e la penombra?

Abbasso le persiane,
c’è troppo caldo. Dormiamo.

Per gioco

Se io imparassi infine,
secondo il tuo auspicio,
a fare come tu non esistessi!
Ne fossi capace davvero,
mi esercitassi almeno, abituandomi
poco per volta, facendo a meno
oggi della sagra del radicchio,
domani di un vernissage, di un’escursione.

Immagina che accada all’improvviso,
di sabato: mi giunge la notizia
che non esisti. Cosa inconcepibile,
e che giammai mi auguro, se pure
indugio qualche volta, devo ammetterlo,
un po’ per gioco e un po’ per malanimo,
a immaginare – non che tu sia morta,
ma che tu abbia altrove un marito
e qua nessuno più che ti sia caro.

Svanita, come un sogno interminabile
al risveglio, sparita per sempre
dai miei week end, da tutte le stagioni.
Introvabile al mio e al tuo domicilio.
Scomparse anche le centomila foto
dall’hard disk, dai cassetti – cancellato
il tuo nome il tuo numero il tuo avatar
da ogni indirizzario e mailbox.

Dall’attaccapanni dell’ingresso
non penderà mai più
un tuo indumento estivo quando è inverno
o un cappotto in estate.
Ma più la borsa nera dei cadeaux
posata vicino all’uscio.

Sciolto ogni mio gesto quotidiano
dal tuo imperio, che dici involontario,
ora faccio o non faccio
a mio talento, non più come agissi
in tua vece, per te, insieme a te,
specialmente in tua assenza.

La domenca, all’ora solita,
metto in tavola un solo piatto,
verso il vino in un solo bicchere.
Non faccio la spesa per due,
o per i figli che non abbiamo.

Nessuno mi passerà più
libri che non leggerò.
Via gli impavesamenti di Natale
che durano tutto l’anno, e quei picandoli
che mi augurano ogni giorno
buon compleanno.

Vado a dormire perché ho sonno,
dopo aver mangiato perché ho fame.
Dò un po’ d’acqua ai gerani
o lascio che spariscano anche loro.