Ricerche

Cosa faccio stasera? Nulla faccio.
Guardo cose allineate sulle mensole
negli spazi tra i libri
e altre cose inutili
negli interstizi tra le indispensabili
e niente mi dà notizia
dello stimato Giovanni Monasteri
che pure molti attestano
di avere conosciuto.

Leggo – sì, leggo, ma alla rinfusa,
persino su fogli di carta.
E trovo carte antiche
in quelle cartelle sformate
che un tempo si chiamavano carpette,
mentre cerco una mappa catastale
per una domanda, un’istanza.

Mi dispero a cercare, più che altro,
e cercando ritrovo, come accade,
ciò che non stavo cercando.
Allora si produce, certe volte,
un fenomeno psichico strano
che chiamo nostalgia (dovrei cercare
la parola appropriata).

Le parole, anche loro si fanno
inerti e spaesate.
Cerco allora nel web, poi telefono
a un vecchio amico. Ma niente,
di me nessun indizio.

Poetiche

Rileggendo dei versi appena scritti
mi dico che l’argomento
non meritava una poesia.
Poi penso alle poetiche di tanti
poeti che conosco:
direbbero, se dire fosse compito
della poesia, che nessun argomento
merita la poesia.
rimane, essa poesia, oltre e al di qua
di qualsiasi argomento.
Inutile obiettare che Leopardi
non sarebbe d’accordo.

E penso a quanti amori, a quante amanti
hanno mal meritato
le poesie d’amore.

Che cos’è una carezza

Poi viene un tempo così avaro,
una stagione così magra.
Neppure più ti aspetti da nessuno
il regalo di una carezza.
Dico, una semplice carezza,
che non promette, non prelude a niente
e niente avrà in contraccambio.

Non si fa, è sconveniente.
Non è in nessun protocollo
che una cassiera, mettiamo,
o la vicina di casa, un conoscente,
invece di stringerti la mano
ti sorrida dicendoti: eh, birbante!,
e come a un cane, a un cucciolo di rottweiler
ti faccia una carezza – Ma stai tranquilla,
non ti lecco la mano,
non mordo.

Se fossi un ragazzino
e avessi quest’uzzolo che ho adesso
di esser sfiorato, dico, da una carezza,
nei giorni di mercato
andrei in tutte le piazze,
mi infilerei sotto il braccio
di tutte le donne che conosco
e a tutte direi sorridendo,
guardandole con malizia da sotto in su:
buonasera, signora!

Ma sono un ragazzo vecchio, questo è il fatto.
Forse dovrò invecchiare ancora un poco,
prima che, passandomi accanto,
una donna, anche non giovanissima,
si prenda la confidenza di accarezzarmi.
Sulla sedia a rotelle
sarò di nuovo a portata di carezza.

Un vecchio può fare tenerezza,
ma un uomo nel fiore degli anni (dico per dire)
deve invitare a cena una signora,
lunghissimamente discettare
di vini e d’antipasti, poi di libri
e di amori – gli altrui e specialmente
i propri, di regola conclusi.

E poi, tenendo il pollice sotto il mento,
il gomito sul tavolo
(senza smettere mai di guardarla),
scoprire in ogni parola proferita
affinità prodigiose,
respirare ogni suo sospiro,
avvicinarsi con infiniti peripli
al nocciolo, al segreto dei segreti,
alla verità vera.
E quando infine ti sfugge, tra un dessert e un caffè,
la parola carezza,
dal suo sguardo capisci
che si sta parlando di una sega.

Riprendendo a scrivere, dopo tanto tempo

Ma cosa ricomincio?
Lo chiedo a voi, miei versi, affanni astratti
e crepacuori anche troppo veri,
grandi amori giocattolo che vi accampaste
così pomposamente sulla pagina:
che consuetudine ho smesso
quando ho smesso di scrivere versi?

Cito una citazione di Roversi,
da Sklovskij:
il socialismo non c’era ancora,
bisognava scrivere molto.
Potrei parafrasarla:
i social network non c’erano ancora.
Oppure: ci sono i social network
e tante altre sciagure.

Oggi tutto è cambiato,
a parte questa cornice sormontata
da inutilissimi tools
(uso una vecchia versione di Word,
sono un uomo dal cuore antico).
Bisogna che anche le parole
cambino – ma ci siano. Non importa
che vengano o no consumate
o finiscano al macero o nel trashcan.