A ‘NZIMMA

I miei avi si rivolterebbero nella tomba se sapessero che mi sono ridotto a bere acqua a cena. Riso lesso, petto di pollo e un bicchiere d’acqua. Colpa della gastrite, o di quello che è. La gastroscopia non evidenzia malattie importanti, eppure il vino mi fa male. Ecco, ho proferito la bestemmia: il vino fa male.
Io vengo da una stirpe di grandi bevitori. Bevitori, non ubriaconi: fa molta differenza. Era impossibile che un Monasteri potesse ubriacarsi.
Il professore Roccella, biologo e scienziato, docente di biologia all’università di Catania, aveva una spiegazione del fatto che il vecchio Giovanni Monasteri, mio nonno, poteva bere litri e litri di vino senza ubriacarsi. Diceva che nel sangue di un uomo su centomila c’è una sostanza diversa dall’ordinario enzima che trasforma l’alcool in zuccheri. Questa sostanza è pur sempre un enzima, ma speciale, un ADH potenziato. Il professore Roccella era convinto, appunto, che mio nonno avesse questo super enzima nel sangue.
Solo alcuni anni dopo la morte del nonno, quando andavo a liceo, ho capito il significato di quella sua orgogliosa affermazione: haiu a ‘nzimma nnô sangu. O anche: a mi’ ‘nzimma è speciau (la mia ‘nzimma è speciale). Così diceva, inalberando il pugno e mostrando il poderoso bicipite. Qualche volta, quando menzionava questa ‘nzimma, strizzava l’occhio alla zzè P’ppina, una vecchia criata sua coetanea che tutti chiamavano ‘sgnè P’ppina, trattandola con più rispetto di quanto se ne dovesse a una serva. Io e mia sorella la chiamavamo zzė P’ppina e le volevamo bene come a una nonna. La zzė P’ppina aiutava mia madre nei lavori di casa, sfacchinando dalla mattina all’alba fino a sera, e si occupava con speciale sollecitudine di ogni necessità del nonno, che era vedovo da molti anni e, a ottant’anni, aveva il vigore e l’aspetto di un cinquantenne.
Io, bambino, mi figuravo questa ‘nzimma come uno spirito potente e benigno, poiché il nonno era forte ma buono, salvo quando parlava dei percorai che pascevano abusivamente le pecore nelle sue terre; e allora gridava, prendeva lo schioppo appeso al muro e minacciava di fare una strage. Questa ‘nzimma, mi pareva avesse qualcosa a che fare con lo Spirito Santo del catechismo. Il nonno diceva, infatti, che il vino era spirito, e la ‘nzimma era un’incarnazione dello Spirito, una sorta di divinità che prodigava forza e chiedeva in cambio un quotidiano tributo di vino: spiritus ad spiritum. Infatti Giovanni Monasteri diceva che la ‘nzimma voleva bere, che la ‘nzimma aveva sete. E subito Prendeva la cannata e correva a riempirla fino all’orlo. Spillare il vino era facile, lo sapevo fare anch’io, che non andavo ancora a scuola: bastava sfilare lievemente il cavicchio di legno della Botte Grande. La Botte Grande, che chiamavano così per distinguerla dalle varie altre botti e barilotti, era davvero imponente, la regina delle botti: grande come la casa della zzè P’Ppina, che era solo un catoio ma pur sempre una casa.
Il professor Roccella (me lo ricordo ancora) era un vecchietto smilzo, dal grande naso sormontato da occhiali minuscoli. Sedeva su una sedia imbottita dai braccioli troppo alti per le sue braccia. Si chinava su di me, digrignava i denti e mi faceva: bau! Ma io non avevo paura, perché poi mi sorrideva e mi prendeva sulle ginocchia.
“Giuannuzzu, Giovanni Monasteri, tu devi studiare”, mi diceva. “Devi studiare. E, dato che hai il nome è il sangue di Giovanni Monasteri, diventerai un grand’uomo”.
“Il sangue con la ‘nzimma?”, io gli domandavo.
“Che è ‘sta ‘nzimma?”
“Quella che fa bere tanto vino e poi divento forte.”
“Certo, l’enzima, e berrai anche tu tanto vino senza ubriacarti.
Il professor Roccella era proprietario di una grande tenuta di cui mio nonno era fattore e mezzadro. Si volevano bene, il professore e il nonno. Ogni tanto andavano in giro “ê fraschi fraschi”, diceva mio padre”: a cercare erbe e verdure. Il professore indicava un’erbaccia qualsiasi, ne pronunziava il nome scientifico e mio nonno diceva il nome volgare. I nomi scientifici finivano quasi tutti in us e is, e anche il nonno pronunziava spesso la parola officinalis: aveva imparato il latino, e voleva insegnarlo anche a suo figlio. “Rosamarinus officinalis: ‘ndovina chi è”, chiedeva a mio padre, che non rispondeva e seguitava a strigliare la bestia o a togliere il marcio col f’ssett dalla ceppaia di un nocciuolo. “Rosamarìngh”, diceva il nonno, rispondendo alla sua stessa domanda. E ancora: “com s’ ciam’nu i sanacioli?”. Mio padre non rispondeva. “Diplotaxis erucoides”, diceva il nonno. “E u zunghett?… Juncus effusus. E i scaptinfrunti? Silene vulgaris.”
Mio padre taceva, poiché la sigaretta gli pendeva perennemente dal labbro, ma pareva annuire. Il fumo gli usciva da un angolo della bocca, dal naso e dai capelli. Ogni tanto imprecava a denti stretti, sciarriandosi ora col mulo, ora con la ceppaia, ora col tempo e con le nuvole.
Quegli sbuffi di fumo erano, a loro modo, un discorso che il nonno comprendeva: in campagna faceva troppo caldo d’estate, troppo freddo d’inverno, perciò bisognava dissetarsi o scaldarsi assiduamente. La fiaschetta col vino era lí apposta, li seguiva come un cane segue il padrone, e se la passavano di continuo.
Anche mio padre aveva a ‘nzimma nel sangue, a quanto si diceva, ma in quantità minore rispetto a quella di suo padre; poiché le virtù degli avi si degradano di generazione in generazione, mischiandosi il sangue dei forti con altro sangue meno valoroso. Mio padre riusciva a bere appena tre litri di vino senza ubriacarsi. Io ne bevevo un litro e mezzo al massimo, fino all’anno scorso. Poi mi è venuta la gastrite, o quello che è. Così doveva disperdersi la ‘nzimma di nonno Giovanni, insieme a tante altre sue virtù di cui ancora si favoleggia.

A marredda
(La matassa)

Accaddero tanti fatti inspiegabili nella vita di mia madre, come in quella di sua madre e della madre di sua madre. Volessi raccontarli tutti, potrei fare romanzi, per dirla come la dice lei (e magari prima i poi li farò).
Comincio col raccontarne uno, forse il più strano di tutti, accaduto a nonna Calorina. Me lo son fatto raccontare di nuovo da mia madre e lei, per l’ennesima volta, ha giurato che non ce ne mette e non ce ne leva niente, è andata precisamente come lei la conta, e anche nonna Calorina la contava così.
Un giorno passava per la strada un uomo che vendeva filo di tutti i colori, aghi di tutte le misure e filo da cucire e da ricamo. Nonna Calorina, a quei tempi, stava giusto ricamando le lenzuola per la dote delle sue figlie.
“Figlio mio”, racconta mia madre, “quest’uomo era un uomo bellissimo, ma altissimo, un gigante, ancora più alto di te, e nero di faccia, ma nero, nero come il tizzone.”
“Ma davvero era così nero, mamma, o era solo abbronzato? Non era per caso nero come i tuoi nipoti quando tornano dal mare?”.
“Macchè abbronzato, era nero, nero, ti dico. Nero più nero del lutto, nero come non se n’era mai visti (ne avremmo visti poi, dopo lo sbarco dei mericani, e ne vediamo anche adesso). Ma, fatto ancora più strano, aveva i capelli legati a treccia dietro la nuca, tale e quale le femmine che portano la treccia. Quest’uomo, come ti dico, andava banniando per le strade, che vendeva aguglie di tutte le misure e filo di tutti i colori, spagnolette e marredde di filo. Aveva una voce, ti dico, che spaccava le pietre. Quest’uomo parlava la lingua di un uomo normale, e vendeva, come ti dico, filo e augghie di tutte le misure.”
Interrompo il racconto di mia madre. “Ma tu c’eri?”, Le chiedo. Lei sembra pensarci un po’ su e poi mi dice che no, non c’era, ma mia nonna, sua madre, non raccontava fesserie. Ma poi mi dice che sì, c’era, c’era anche lei, ma non si ricorda tutto per filo e per segno, perché era signorina e aveva altre marredde per la testa. Il racconto della nonna è comunque degno di fede.
Ma ora, pensando a quand’era signorina, ha perso il filo e riprende daccapo il racconto.
“Insomma, come ti dico, c’era quest’uomo bellissimo, altissimo e nero di faccia, ma nero, nero come il tizzone, più nero del nero del lutto. Aveva un canestro pieno di filo a spagnolette. Marredde e spagnolette, ti dico, di tutti i colori. Con questa treccia nera dietro il cozzo, e una voce, ti dico, che spaccava le pietre.”
Le faccio segno di venire alla conclusione, e lei mi descrive di nuovo quest’uomo gigantesco, bello, nero come il tizzone, che vendeva marredde e spagnolette di ogni foggia e colore.
“Allora, come ti dico, tua nonna esitava, perché quest’uomo nero faceva impressione, quant’era nero. Ma lui si era fermato e aveva posato il canestro per terra, per mostrarle tutto quel filo a spagnolette e marredde. Tua nonna si fece coraggio, indicò una marredda rossa e gli domandò: quanto costa? L’uomo prese in mano la marredda, l’accarezzò, mostrandogliela, e disse il prezzo: tre centesimi. Senza aver neppure rovistato nelle tasche del fadale, e senza capire come, tua nonna si trovò in mano tre centesimi giusti, li mise nella mano nera e grandissima di quest’uomo nero e si prese questa marredda. L’uomo se ne andò, sparì. Ma come lei prese in mano la marredda, vide che era ‘mpidugghiata e tutta a giummi giummi, e non la si poteva spidugghiare. Provò e riprovò, con le unghie, a districare i ‘mpidugghi, ma più tentava di sbrogliarli, più quelli si ‘mpidugghiavano. Allora si arrabbiò e nominò con poca reverenza il nome di sant’Anna (perché nonna Calorina, quando la pigliano i s’ssantom’ni, non nominava mai il nome di Dio o dei santi, né il nome della Madonna, ma sempre e solo quello di san’Anna). Poi prese ‘stu jomm’ru di filo, lo buttò per terra e lo pestò sotto i piedi. E come la pestava, ‘sta marredda si muoveva, che pareva un serpente. Più la pestava, più lei si muoveva e torceva come un serpente.
Allora tua nonna – credimi figlio mio, m’ sentu a surr’zzar i carni (a raccontarlo mi si accappona la pelle) – credimi, figlio mio, tua nonna si fece il segno di croce, prese lo spirito delle iniezioni e lo versò su questa cosa. Poi prese un pospero e le diede fuoco.
Come svampò, questa cosa si mise a correre per tutta la casa e a soffiare come un gatto e, figlio mio, gridava con voce di femmina, e vuoi sapere che diceva?”
Io so già cosa diceva, ma le chiedo: che diceva?
“Diceva: tacch’m-sciogg’hm,
scioggh’m-tacch’m. È più diceva così, questa cosa in fiamme, più correva per la casa. Era propriamente un fuoco che correva a zigghizagghi e si torceva e diceva: tacch’m-sciogg’m, scioggh’m-tacch’m (lègami-scioglimi, scioglimi-lègami).
E, figlio mio, vuoi sapere come finì?”
Le dico che voglio saperlo, ma già lo so.
“Tua nonna prese la scopa e cominciò a correre dietro a questa lingua di fuoco, come volesse cacciare un gattaccio fuori di casa. E vuoi sapere che disse, questa marredda in fiamme, questa lingua di fuoco, prima di rotolare giù dal gradino della soglia e disfarsi, che ormai era cenere?”
Lo voglio proprio sapere, le dico, ma già lo so: questa cosa, che bruciava e strillava, gridò un’orribile bestemmia e rotolò giù dal gradino della soglia, disfacendosi in cenere.
“Perché quell’uomo nero… Quell’uomo nero era il diavolo. È quella marredda di filo era ‘ntantaziunata.”