Ora che non ho altro posto dove andare
che qua dov’è casa mia, o là dov’era,
non c’è plaga montagna luogo ameno
In cui, passando,
non vorrei fermarmi per sempre.

Non c’è luminosa veranda
né tavolo di un bar sotto una pergola
in un borgo sperduto
dove io non vagheggi di sedere
nel breve autunno che viene.

Quella casetta nel bosco,
o la baita affacciata sulla vallata,
la comprerei, potessi davvero scegliere
in quale luogo essere straniero.

(Dis)inganni

Mettiamo le cose in chiaro: non m’illudo
e so che ti ho delusa, ma non escludo
un ritorno di fiamma (un fuocherello
lo stiamo forse un poco alimentando).

Non scriverò mai più poesie d’amore.
Quelle che scrissi le reputo brutte,
non meno (con almeno un’eccezione)
delle persone a cui le dedicai.

Quante infelici ho chiamato gioia
e amore – quante volte ho proferito,
e più spesso scritto, il malaccorto
e spudorato “ti amo”.

Dirlo in versi e in prosa da lontano,
per email, era meno inopportuno.
Innocuo invece da troppo vicino,
versandolo dalla mia bocca
dentro la bocca che baciavo

(in quei momenti – dicono – non vale).

Ora quel verbo inane
solo al passato, o al condizionale
lo potrei coniugare: ti amerei
stasera, se tu volessi
e non fossimo così distanti.
Ti amai, ti ho amata, ti amavo.

Sono passati così tanti anni.

Potrei, se tu (per così dire)
mi amassi da morire,
persino azzardare un “ti amerò”.
Non siamo ancora abbastanza vecchi:
ti amerò, ma non ora, non ancora.
Comunque non te lo dirò.

Rendiconti

Potete, mie presunte creditrici,
falsificare il conto
del dare e del ricevere:
io non potrò smentirvi, avendo amato.
Non ho mai tenuto
un registro di partita doppia,
né calcolato perdite e guadagni.
Non saprei contestare
una richiesta di risarcimento.
Io stesso in un tribunale
mi dichiarerei colpevole insolvente
tirchio profittatore ladro ingrato.

Povere donne illuse, deluse,
potete aver amato qualche volta.
Ma il giorno in cui avete lamentato
un saldo negativo,
tutto l’amore, ogni suo beneficio
e fino il ricordo dell’amore
divenne un bene perduto,
un carico affondato in mare,
un investimento sbagliato.
E questa perdita ogni altro amore
per sempre ha deprezzato.

Hai sempre più dolori
e sempre meno parole.
Sono ogni giorno più malfermi
i tuoi piccoli passi
dietro il deambulatore.

I tuoi discorsi sono perlopiù
salmodie in cui invochi la morte
e Dio e la vergine Maria
perché allontanino la morte.

Credici ancora nei tuoi amuleti,
nella tua corona da rosario,
nell’ampolla con l’acqua di Lourdes.
Vedrai che starai bene,
che riuscirai a dormire.

Puoi parlarmi di me? Non ti ricordi?
Da bambino ero insonne come adesso?
Dormivo? Di notte mi sveglava
il fiato canino del Babao?
Mi drogavi coi semi di papavero?

Mossi precocemente i primi passi,
mi dicevi, ma dopo una caduta
fino a quasi due anni
non volli più saperne di camminare.

A sei mesi sapevo coniugare
due o tre voci verbali.
Poi, perché non sono diventato
un eccellente avvocato?

Ero un infante pauroso?
Hai memoria di miei traumi infantili?
Mi lasciavo rubare i giocattoli?
Mi picchiavano gli altri bambini?

Scuoti il capo, non sai, non ti ricordi.
Siamo ormai entrambi troppo vecchi
e dell’amore, in cui ci si rivela
a sé e al mondo, non è più stagione.

Preghiera

Salvatrice, detta Salvina,
perché mi sei sorella
e nessun essere umano
mi appare da me più dissimile?
Siamo figli, o infelice,
della stessa, perversa vocazione
all’infelicità?

In cosa alla tua somiglia
la mia menomazione?
Di quale salvezza, e per chi,
sei portatrice?

Cosa fui chiamato ad imparare
da te, o dal Dio di nostra madre?
Che bisogna lavare ogni giorno
tutti i pavimenti, spolverare
e asciugare con cura le stoviglie
nella casa che sta per crollare?

La casa di pietra

La tua casa di campagna

Ah sì, la casa fu bella
e solida, finché ci amammo.
Poi iniziò a disfarsi.
I magnifici muri di pietra,
le grate e gli infissi di ferro,
i muraglioni a secco
durarono ben più del nostro amore.
Ma dureranno meno
della tua lunga vita.
Le erbacce già scavano i muri,
disselciano il lastricato.
Disconnette le tegole il muschio,
la ruggine sgretola il cancello.

Vivrai abbastanza a lungo da vedere
le macerie di ciò che fu una casa
che dicevi di amare,
di cui resterà una deprezzata
tua proprietà immobiliare.

Un tempo potevo raccontare
qualsiasi cosa accadesse.
Poi non so cosa accadde:
la fine – ad uno ad uno –
dei mondi conosciuti,
di quelli immaginati.

Di ciò che era stato raccontato
ogni significato scolorì.
¿La causa fu un nuovo dolore,
un’estrema disillusione,
o la senilità
e la moria di neuroni,
a disseccare le parole
e a dissociarle come scorza inutile
per sempre dalle cose?