Istruzioni per svuotare la casa prima di lasciarla

Se non hai bambini, è sufficiente
dare in affido le piante.
Non resti traccia di vita sui balconi.
Puoi anche buttarle nell’umido, tanto i fiori
muoiono pure se non li abbandoni.

Poi ti occuperai del guardaroba,
dei cassettoni. I calzini, fai conto
che per la maggior parte siano bucati.
Scoprirai che hai smesso da cent’anni
quasi tutti i tuoi troppi vestiti.

Bada che i sacchi neri siano tanti
e poche le valigie da riempire.
Vèndicati coi regali di compleanno,
butta via senza guardare
tutto ciò che ti guarda dagli scaffali.

Preserva i libri risentiti
che non hai letto: potrai,
nella tua prossima vita,
accarezzarli di nuovo, sfogliarli
e non fermarti stavolta ai preliminari.

Per ultimo svuoterai il frigorifero,
lo pulirai con l’aceto, lo spegnerai.
Non lasciare niente che marcisca.
Se ci son viveri per due persone
quasi tutto sarà scaduto ormai.

Ti sarai sbarazzato nel frattempo
degli amici, se ne hai mai avuti.
C’è sempre qualche rancore da rinfocolare
verso chi ami: raschia via anche l’ombra
di chiunque ti sia o sia stato caro.

Approccio semeiotico

Dimentico le cose che mi dici,
è vero, non ricordo
cosa farai domani e posdomani.
È che mi dici troppe cose, cara,
e io, più che alle agende, pongo attenzione
alle parole che siano indizio
di qualcosa che possa dirsi amore,
o almeno delle tue odierne intenzioni.

È che siamo entrambi ipocondriaci
e parliamo troppo di malanni,
dei nostri organi interni sofferenti,
dei valori sballati – e del malore
che ti coglie proprio ora, mentre io
ti vorrei sbottonare la vestaglia,
auscultare le tette,
cercarti il cuore in mezzo alle frattaglie.

Distici alla madre ubiqua

Lascio di nuovo la mia casa, vado,
Quali che siano i venti e la strada.

Fuggo dal luogo dove mi rifugio,
Mi rifugio nel luogo da cui fuggo.

Se parto sei sull’uscio a salutarmi,
Arrivo e sei sull’uscio ad aspettarmi.

Hai insediato i miei Lari pendolari
In ogni mia esotica dimora.

Invano vado via: tu mi precedi
In ogni luogo dove non risiedi.