Figlie

Ma com’è che le donne non apprezzano
in me l’uomo paterno, i regalini,
braccialetti e orecchini a dozzine
(di poco prezzo, roba da bambine),
vacanze premio, giocattoli a iosa,
servizio quotidiano di chauffeur?
Com’è che non capiscono
la mia venerazione e poi, un giorno,
l’inopinata mia severità?

Lo so, è una perversione.
Le signore con cui mi accompagno,
le guardo talvolta e dico: figlia mia!
Benché siano madri,
abbiano una certa età
e io non sia mai stato padre.

Non so perché, sarà forse un tardivo
desiderio di paternità.
È un verso ancestrale nella gola,
un ansito d’animale: figlia mia!
Ma non proseguo, che sennò direi:
giuggiola, tesoro di papà,
non fidarti di quelli come me,
se pure non potrei mai farti del male.
Hai quasi sessant’anni, amore mio,
non vestirti come una quindicenne.
E non parlare così a tuo padre.

Ma taccio, prendo fiato
e poi dico: hai mangiato?
Ti sei misurata la pressione?
Il tasso glicemico è alto? È basso?
Sei stanca? Sei costipata? Decompressa?
Le mestruazioni? No, non le puoi avere.

Perché mi tieni il broncio? Vuoi un gelato?
Un polivitaminico, un vestito?
Andiamo per negozi? A vedere il mare,
il mare lagunare, o ad Eraclea,
o il posto dove passano le navi?
Ah, perché sono così
oscenamente amorevole, e neppure
ti chiedo di farmi l’amore.

Sarà l’ormone della tenerezza,
l’ossitocina, le carezze, i baci,
tutti i baci che furono dati.
Sarà che nudi si diventò infanti,
cuccioli pelosi e morbidi,
e ci attaccammo ad ogni capezzolo
e leccammo e succhiammo
tutto ciò che c’era da succhiare.

Ma com’è che nessuna mai mi ringrazia
di questo amore disinteressato?
Mi danno anzi del malcresciuto
cocco di mamma ancora da svezzare.
Mi rinfacciano, in malafede,
di avermi fatto da balie e da infermiere.

Per fortuna poi mi si fidanzano.
A volte sono io il fidanzato
e divento incestuoso,
se lei si lascia ingannare
dal gioco micidiale dell’amore.