Li ricordo appena alcuni “campi”
dove siamo stati, dove – diresti –
siamo stati felici.
Ma erano i tuoi luoghi, i tuoi sestieri.

M’incantarono, certo, li amai.
Ma dopo tanti anni
forse neppure li riconoscerei
se non li rivedessi nei tuoi occhi.

Del resto non si aveva tanto tempo
per stare un poco insieme, e perlopiù
si andava a casa mia, per meglio dire
nel bivani dove dormivo.

Al mio paese, nei miei quartieri
tu non potevi certo venire.

E proprio perché ancora non hai visto
insieme a me Sufiana e Bubbunìa,
la nostra storia non può dirsi nostra,
la tua non è la mia,
non è davvero iniziata, non può finire.

Mi sto riaffezionando a questa casa.
Ho quasi voglia di ricomprare
fiori per il balcone ora deserto.
Quali fiori fioriscono in autunno
e in inverno? Narcisi, ciclamini,
nontiscordardimè? Ma appassiranno
se dovrò andar via per qualche mese?

Mi accorgo che da tempo
ho finito i bagigi, che ho esaurito
le mie scorte di vino, le sbrisolone,
la frutta secca… Cos’altro?
Quando ho cominciato a fare a meno
dei generi di conforto?
Dovrei cambiare quelle tende orribili,
buttare via gingilli e paccottiglia,
le esorbitanti derrate di pasta,
tutto ciò che qui simulava
la presenza di una famiglia.

Vorrei comprare cose che non so,
per la casa, per me – ma raffinate,
avvalendomi della consulenza
della più cara amica, o anche no.
Rinnovare posateria stoviglie
vasellame cristalli bric-à-brac
e specialmente beni voluttuari,
che corrispondano alle mie eventuali,
nuove fantasie di voluttà.

Percorsi orbitali

Guardavo una luna smorta l’altra sera
e pensavo ad alcune mie amate
che mi hanno perseguitato, a come per anni
non riuscivo a scacciare le loro ombre.

A lungo mi hanno stalkerato
con le loro parole d’amore:
la damnatio memorie (“tu non esisti”)
seguiva allo “sparisci dalla mia vita”
(intimazione dura da accettare
per l’uomo gravemente innamorato).

Io non ricordo più
di quali colpe allora fossi reo
per non dover addirittura esistere.
Ma non sempre gli amori
spariscono nel vuoto cosmico,
capita che a volte riappaiano
come un satellite al suo perigeo.

Le donne sono strane, ognuna segue
una sua orbita, quando si allontana.
L’amore può mai estinguersi del tutto?
L’ellisse è più o meno ampia
e io sono longevo, sperabilmente:

Chi come la luna – la mia luna
salterina e incostante –
chi come una cometa, fra cent’anni,
o come il lontano e gelido Nettuno,
è sicuro che tutte prima o poi
(spero non tutte insieme) torneranno.

Quando di nuovo verrai qui a trovarmi,
alle undici e tre quarti di mattina,
non aprirò la porta
se non ti sarai annunciata un anno prima:

il tempo di far sparire lo stendino,
di cambiare un po’ l’arredamento,
di studiare una strategia di offesa
per il dibattimento tanto atteso.

Certo, da un giorno all’altro si può sparire,
non solo dalla vita di una… caregiver.
Sì può cambiare casa, continente,
o non essere più di questo mondo.

Ma mettiamo che io resti a invecchiare
qui, in solitudine: potremmo
inventare un pretesto, trovare
effetti personali da restituire.

Non siederò in pigiama sul divano,
indosserò un vestito elegante,
un tight, un frac del colore più strano,
il colore che meno mi somigli.

Vorrei, infine, non esser più io
l’uomo che troverai in casa mia.
Ma una, dieci estati basteranno
a dimenticare le offese?

“Buon giorno, Monasteri”, mi dirai,
mostrandoti appena un poco risentita:
come avessimo avuto appena ieri
quei dissapori antichi, non proprio lievi.

Io invece ti chiamerò per nome.
Ti darò un bacio sulla guancia,
tu fingerai di volerlo schivare.
Parleremo a lungo di niente.

Dopo sei ore avrai un impegno urgente,
rinvieremo al prossimo weekend
l’appassionata resa dei conti.
“Spiacente”, dirai, “devo andare”.

Figlie

Ma com’è che le donne non apprezzano
in me l’uomo paterno, i regalini,
braccialetti e orecchini a dozzine
(di poco prezzo, roba da bambine),
vacanze premio, giocattoli a iosa,
servizio quotidiano di chauffeur?
Com’è che non capiscono
la mia venerazione e poi, un giorno,
l’inopinata mia severità?

Lo so, è una perversione.
Le signore con cui mi accompagno,
le guardo talvolta e dico: figlia mia!
Benché siano madri,
abbiano una certa età
e io non sia mai stato padre.

Non so perché, sarà forse un tardivo
desiderio di paternità.
È un verso ancestrale nella gola,
un ansito d’animale: figlia mia!
Ma non proseguo, che sennò direi:
giuggiola, tesoro di papà,
non fidarti di quelli come me,
se pure non potrei mai farti del male.
Hai quasi sessant’anni, amore mio,
non vestirti come una quindicenne.
E non parlare così a tuo padre.

Ma taccio, prendo fiato
e poi dico: hai mangiato?
Ti sei misurata la pressione?
Il tasso glicemico è alto? È basso?
Sei stanca? Sei costipata? Decompressa?
Le mestruazioni? No, non le puoi avere.

Perché mi tieni il broncio? Vuoi un gelato?
Un polivitaminico, un vestito?
Andiamo per negozi? A vedere il mare,
il mare lagunare, o ad Eraclea,
o il posto dove passano le navi?
Ah, perché sono così
oscenamente amorevole, e neppure
ti chiedo di farmi l’amore.

Sarà l’ormone della tenerezza,
l’ossitocina, le carezze, i baci,
tutti i baci che furono dati.
Sarà che nudi si diventò infanti,
cuccioli pelosi e morbidi,
e ci attaccammo ad ogni capezzolo
e leccammo e succhiammo
tutto ciò che c’era da succhiare.

Ma com’è che nessuna mai mi ringrazia
di questo amore disinteressato?
Mi danno anzi del malcresciuto
cocco di mamma ancora da svezzare.
Mi rinfacciano, in malafede,
di avermi fatto da balie e da infermiere.

Per fortuna poi mi si fidanzano.
A volte sono io il fidanzato
e divento incestuoso,
se lei si lascia ingannare
dal gioco micidiale dell’amore.

Istruzioni per svuotare la casa prima di lasciarla

Se non hai bambini, è sufficiente
dare in affido le piante.
Non resti traccia di vita sui balconi.
Puoi anche buttarle nell’umido, tanto i fiori
muoiono pure se non li abbandoni.

Poi ti occuperai del guardaroba,
dei cassettoni. I calzini, fai conto
che per la maggior parte siano bucati.
Scoprirai che hai smesso da cent’anni
quasi tutti i tuoi troppi vestiti.

Bada che i sacchi neri siano tanti
e poche le valigie da riempire.
Vèndicati coi regali di compleanno,
butta via senza guardare
tutto ciò che ti guarda dagli scaffali.

Preserva i libri risentiti
che non hai letto: potrai,
nella tua prossima vita,
accarezzarli di nuovo, sfogliarli
e non fermarti stavolta ai preliminari.

Per ultimo svuoterai il frigorifero,
lo pulirai con l’aceto, lo spegnerai.
Non lasciare niente che marcisca.
Se ci son viveri per due persone
quasi tutto sarà scaduto ormai.

Ti sarai sbarazzato nel frattempo
degli amici, se ne hai mai avuti.
C’è sempre qualche rancore da rinfocolare
verso chi ami: raschia via anche l’ombra
di chiunque ti sia o sia stato caro.

Approccio semeiotico

Dimentico le cose che mi dici,
è vero, non ricordo
cosa farai domani e posdomani.
È che mi dici troppe cose, cara,
e io, più che alle agende, pongo attenzione
alle parole che siano indizio
di qualcosa che possa dirsi amore,
o almeno delle tue odierne intenzioni.

È che siamo entrambi ipocondriaci
e parliamo troppo di malanni,
dei nostri organi interni sofferenti,
dei valori sballati – e del malore
che ti coglie proprio ora, mentre io
ti vorrei sbottonare la vestaglia,
auscultare le tette,
cercarti il cuore in mezzo alle frattaglie.

Distici alla madre ubiqua

Lascio di nuovo la mia casa, vado,
Quali che siano i venti e la strada.

Fuggo dal luogo dove mi rifugio,
Mi rifugio nel luogo da cui fuggo.

Se parto sei sull’uscio a salutarmi,
Arrivo e sei sull’uscio ad aspettarmi.

Hai insediato i miei Lari pendolari
In ogni mia esotica dimora.

Invano vado via: tu mi precedi
In ogni luogo dove non risiedi.

Ora che non ho altro posto dove andare
che qua dov’è casa mia, o là dov’era,
non c’è plaga montagna luogo ameno
In cui, passando,
non vorrei fermarmi per sempre.

Non c’è luminosa veranda
né tavolo di un bar sotto una pergola
in un borgo sperduto
dove io non vagheggi di sedere
nel breve autunno che viene.

Quella casetta nel bosco,
o la baita affacciata sulla vallata,
la comprerei, potessi davvero scegliere
in quale luogo essere straniero.