Li ricordo appena alcuni “campi”
dove siamo stati, dove – diresti –
siamo stati felici.
Ma erano i tuoi luoghi, i tuoi sestieri.

M’incantarono, certo, li amai.
Ma dopo tanti anni
forse neppure li riconoscerei
se non li rivedessi nei tuoi occhi.

Del resto non si aveva tanto tempo
per stare un poco insieme, e perlopiù
si andava a casa mia, per meglio dire
nel bivani dove dormivo.

Al mio paese, nei miei quartieri
tu non potevi certo venire.

E proprio perché ancora non hai visto
insieme a me Sufiana e Bubbunìa,
la nostra storia non può dirsi nostra,
la tua non è la mia,
non è davvero iniziata, non può finire.

Eraclea (appaesamento)

Di qui devo già essere passato,
se non l’ho sognato, o se non fu
in un’altra vita. Lo conosco,
questo muretto longitudinale
che taglia in due la spiaggia.
Il bosco, i bungalow,
il parcheggio, i soliti divieti
ai non residenti, o ai non paganti.

La pineta, il chiosco, i due gelati
(tu al cioccolato, io all’amarena),
vecchissimi turisti raggrinziti,
il senegalese che spaccia
accendini e pareo variopinti.
E questi moli che si protendono
verso il largo e lungamente pettinano
onde verdi e turchesi.

Eraclea Mare, eraclea Minoica,
l’agrigentino e le foci del Piave:
ormai sono un medesimo paese
nel cuore che ritrova a poco a poco
il suo oriente perduto, il suo paesaggio.

Poi, nel pomeriggio, s’alza il vento.
Un tumbleweed riprende
il suo viaggio indeciso,
rotolando lieve sulle dune
alla ricerca di una cuna umida,
di una campagna verde.

Ma tutto alla mia età è déja vu,
e ogni luogo è la patria. Specialmente
se la donna che mi accompagna,
sotto ogni cielo, sei tu.

Certezze

Qui no, non può accadere, dice il vicino,
che ci crolli il soffitto sulla testa.
Sotto i nostri piedi non ci sono
lava fuoco crepacci sotterranei,
croste di roccia crepate come forme
di Parmigiano caduto dagli scaffali,
né strisciano sotto queste case
malefiche placche tettoniche
sospinte dalla deriva dei continenti.
Qui i fiumi non possono esondare,
li hanno deviati, costretti in canali
ben disciplinati. Le brentane
non sono che un ricordo, figurarsi
i terremoti: non ce n’è mai stati.
Queste sono paludi bonificate,
qui sotto c’è acqua e fango, qui è una landa
sicura, ammortizzata.

No, non moriremo di terremoto
io e il mio grasso asmatico vicino.
Tutt’al più pioveranno rane
nel giardino condominiale.
Posso dormire il sonno del giusto
(ho donato due euro via sms)
e godermi in tv lo show no-stop
di questo e altri disastri.

Ripassando gli insegnamenti materni

Non mettere sul letto giacche scure,
tovaglie ricamate a tralci e fiori
e specialmente scarpe: è malaugurio.
Mai aprire un ombrello dentro casa,
che porta male – Mai tagliare il pane
con la manca, o da dritta verso manca:
è presagio di guerra o inimicizia.

Uscir di casa tardi porta al vizio,
il pane a casa tua e ovunque il vino.
Cucire al buio e al chiuso è delle streghe,
a donna alla finestra non far festa.
Avere tanti amici è repentaglio
di corna o d’altre beghe, non averne
è gelosia del tuo, è tirchieria.

A tavola il coltello deve usarlo
Il più vecchio, se ha senno e valìa:
mai un adolescente. Se ti versa
il caffè nella tazza un tuo parente,
prendila con la manca, a scongiurare
fatture e magarìe. E se hai vent’anni,
stai zitto in casa altrui, nella tua canta.

Non buttare mai il pane: è un’empietà.
Sull’olio spanto a terra spargi subito
quanto più sale puoi. Mai salutare
con la mano alla porta, o dalle scale.
Dando la mano, evita la croce
tra braccio e braccio; non tocchi la scopa
la punta della scarpa a una zitella.

Prestare è bello, meglio è non prestare.
Mariti e mogli altrui, stanne lontano.
Se mi fischia un orecchio non è certo
un acufene, ma una bella donna
che sta pensando a me – e ancora lei
che nomina il mio nome, se più volte
mi cade il cellulare dalle mani.

il dopo-elezioni


Dopo l’aprile piovoso (e non solo),
spero che faccia bello e il merlo esulti
là sulla tenera cima reclina
dell’abete davanti al mio poggiolo.
Spero che maggio duri i suoi trentuno
giorni, e poi segua giugno anche per me.
Che venga tardi luglio e poi l’autunno,
spero, e di alzarmi presto la mattina
per rassegnarmi al sonno non più tardi
delle dieci di sera. Che non strillino
per le scale i bambini, ch’io non oda
altro che il merlo cantare. E che infine
ci facciano la grazia di abolire
la moda delle braghe a vita bassa,
perché siano più belle le ragazze.

i fumatori

I fumatori mesti,
stupidi fumatori
nel cortile dell’intelligent building
o seduti sui gelidi gradini
della scala antincendio,
a coppie o soli, taciturni – loro
la sera guardano tutti i telegiornali,
ma non andranno a votare.

Le mogli li hanno mollati,
di scatti contrattuali
non sono mai informati, non gliene cale.
I colleghi li chiamano ladri,
dicono che finiranno male:
un bel cancro sarà il loro salario.

L’inflazione è al 4%,
la nazionale non promette bene,
si scioglie la banchisa polare,
le banche americane hanno perso 180 miliardi di dollari nell’ultimo anno,
Berlusconi vincerà le elezioni
e loro che fanno? Fumano.

Fumano! E tacciono. Infreddoliti e grami,
perseguitati dai solerti agenti
del dl 16/01/2003 n. 3,
invisi agli ottimisti ai pessimisti
ai salutisti ai sindacalizzati,
loro, l’appestata e silenziosa
minoranza, gli stoici pezzenti,
alla vita non chiedono che questo:
qualche pausa per scomparire un poco
dalla scena triviale.

si parlava di alberi, io e Anna


L’abete, quel povero albero
che dicono abete di Natale,
mette una tale tristezza, e lui stesso
pare così infelice,
se il giardiniere ne piantò uno solo.
L’infelicità puoi riconoscerla
in un vegetale, in un cane
come in una cassiera.
Io la riconosco anche in un sasso.
Ne ho, per dire, qualche cognizione.

Nasce così, già sbocciato,
l’abete: è un pino estroverso
per habitus e conformazione.
E’ tutto un dispiegare di grandi ali,
proteso ai voli, estroflesso,
disarmato: l’abete
è un richiamo, l’attesa di un abbraccio.

Spampàna fiducioso le sue fronde
a quel che viene, al sole e alle intemperie.
Come le creature umili, è sensibile,
socievole. L’abete
è fatto per insinuare i rami tra i rami
di un abete sodale, vuole almeno
un compagno della sue specie.
Ma si contenta di una compagnia
arborea purchessia.

Niente è più compassionevole
di un abete solo
in mezzo alla campagna – o come quello
che reclina la cima, muto, croce
di se stesso, davanti al mio poggiolo.

Bisanzio


Stanotte la mia casa s’affacciava
sul Canal Grande. Abitavo nella Ca’ d’Oro,
o forse altrove, in riva al Corno d’Oro
in una fantastica Bisanzio.
Passavano velieri galeoni
e gondole feluche sanpieròte.
E tutte, varie e lievi imbarcazioni,
si allontanavano, mentre il balcone,
staccatosi dalle trifore moresche,
come un tappeto volante si alzava in volo.

Ma ecco, tra cigolii e schianti, nell’azzurro
fattosi d’improvviso fosco e buio,
avanzare una nave immonda, nera,
così grande e vicina
da oscurare il cielo. Si fermava
e incombeva come un vasto muro
d’un guasto condominio.

 

appunti di viaggio


Fusina è una ringhiera
tra un prato verde e il mare.
Quattro acacie, due tamerici,
un bar, un imbarcadero.

Su sdraio coloratissime
i mestrini prendono il sole.
Lungo la banchina aristocratici,
surreali lampioni.

Un cartello stinto, forse un divieto
di balneazione, o di pesca.
Del resto con quale scusa,
con quale esca…

Passano vicinissimi
rimorchiatori e navi
dai cui nomi traiamo auspici:
R.E. tours, O.S.A., Icaro, Caronte.

Fusina è il mare più vicino,
la Rimini dei pigri,
il terminal dei sedentari.
Venezia è sull’altra sponda,
oltre una fuga di briccole.

Da qui, in questo settembre, potrei partire.
Telefonare, almeno.
Ah le rotte d’oriente!