Nata in primavera

Oggi sono arrivato molto tardi al lavoro e ancora non connetto. Eppure ho in corpo una dose di caffeina che farebbe venire le convulsioni a un elefante. Sono qui che traffico con un modulo di richiesta ferie on line. Ho sottomano un calendario dell’anno scorso… Se almeno sapessi in che giorno cade la Pasqua, che non ho mai capito per quale arcano motivo cade sempre in un giorno diverso. Anzi, se qualcuno volesse spiegarmi… Cerco i giorni segnati in rosso nei mesi di aprile, maggio, giugno (non si sa mai). Poi mi accorgo che il calendario è del 2002… quindi dell’anno scorso…. no, di due anni fa…
«Scusa, sapresti dirmi che anno è oggi? », chiedo a un collega. «Anzi, già che ci sei, mi detti i miei dati anagrafici? Sto compilando la richiesta di ferie on line… Che reparto è il nostro? In che qualifica funzionale sono inquadrato? Cos’è una qualifica funzionale? Chi sono io? Come mi chiamo?».
Il collega mi guarda preoccupato. «ti x’è mona o ti fa finta?», mi dice. Lo mando al diavolo e cerco su internet. Vado su Google e digito “Data odierna“: 119.000 ricorrenze. Allora digito l’indirizzo del mio giornale on line prediletto, o l’unico URL serio che risco a trovare tra i duecentomila preferiti. Così mi guardo le notizie, già che ci sono.
Eccolo qua. Il ministro Calderoli si dimette (come mi dispiace!)… Il Viminale dispone un’ispezione all’Anagrafe di Roma… Mandato di cattura europeo: il Senato approva, la Lega no…. Ah, questa potrebbe interessarmi: l’IRAP sarà abolita…. Ma cos’è l’IRAP?. E’ meglio che io non chieda al collega (sono un dipendente del ministero delle finanze, dopotutto). Ma ecco che la mia attenzione si appunta sulla data odierna: venerdì, 18 marzo 2005…  Un lampo improvviso squarcia le nebbie del nulla che accade, in cui andavo fluttuando come una barcaiolo ubriaco nelle barene di Porto Marghera, in un brumosissimo giorno di fine inverno. Il 18 febbraio…
Ma sì, oggi è il compleanno di Eburnea! E’ il compleanno di Eburnea e la primavera è iniziata. E io so che questa non è una coincidenza. 
Buon compleanno, Eburnea!

La mimosa

Un solo anno e almeno cento giorni
segnati in rosso – mesti anniversari!
Il ventisei febbraio, l’otto marzo…
La Prima Volta, l’Offesa, il Perdono,
i dieci addii, i nove ritorni.

E corre il tempo, lenti sfoglio i giorni
di questo calendario,
e tu non sai, smemorata,

che il giorno del tuo compleanno
è Natale, l’Egira e Capodanno.

Il primo Avvento, il secondo,
l’Ascensione al castello di Asolo,
la Gita a Cividale (già nel terzo)…
Dozzine di pasque gaudiose
e altrettanti venerdì santi.

Era d’inverno, quasi già primavera,
quando, al maestoso plurale,
disse la dea: facciamoci una storia.
E come allora, come 
le viole della canzone, 
sfioriscono le viole e rifiorisce…

La mimosa! Un intatto ramoscello
comprato ad un semaforo
un anno fa: patetica reliquia,
povera scoria.

La sdegnasti ("no grazie"), quasi offesa.
Aborrivi le cerimonie.
L’omaggio floreale, poi… così old-fashioned.

Lacero coi denti il cellophane.
Ed è un’esplosione di polvere
giallognola, copiosa polluzione
di petali disfatti, non più di polline.

I contadini non amano i fiori

AMARCORD (che in vernacolo piazzese si dice iè m’ r’gord)

Questo poemetto, come quasi tutto ciò che ho scritto, non è recente. Diciamo che quando lo scrissi ero molto giovane (adesso sono soltanto giovane, avendo passato i cinquanta). Mi raccomando, perciò, alla clemenza dei coraggiosi che volessero leggerlo nonostante la sua lunghezza. Suggerisco, inoltre, di considerarlo un testo indeciso tra poesia e prosa (oltre che ancora in lavorazione).
Ricordo il momento, l’occasione in cui lo scrissi. Avevo appena letto il Tonio Kröger di Thomas Mann. Cosa c’entra Tonio Kröger con un poemetto malriuscito, scritto da un contadino mancato? Nulla, per la verità; ma all’epoca in cui lessi quel racconto riflettevo sulle cause di un mio irrimediabile disadattamento (“sei un adolescente disadattato”, mi diceva la mia fidanzata di allora), e una frase mi colpi, qualcosa che l’amico pittore dice a Tonio Kröger (il protagonista del racconto di Mann): “Sei un borghese disadattato”. O forse la frase era “sei un borghese traviato”. Ecco, io mi sentivo un contadino mancato, disadattato e soprattutto traviato. Traviato dalla poesia, dalle cattive compagnie, dalle malefemmine nordiche. Una volta mio padre mi disse: si peggiu d’ ‘na mala annata (sei peggio di una cattiva annata). Ero cronicamente fuori corso all’università, e invece di studiare o cercarmi un lavoro scrivevo poemetti. Ah, avessi dato ascolto alla buonanima! Un contadino non dovrebbe mai fare lavori improduttivi. 

Cos’altro? I toponimi (Muliano, Leano, Serradape ecc.) sono di località rurali nei pressi di Piazza Armerina.

I contadini non amano i fiori
(sulla passione per l’antiquariato)

Non ha finestre, quasi non ha porta
il ripostiglio, la grotta
nel recesso più buio, più segreto
della casa dove sono nato.
La muffa nera alle pareti
è soffice come muschio e ha un odore
di salnitro e ammoniaca.
Da nere travi pendono corde secche,
qualche paniere sfondato e ragnatele
disabitate. Neanche più gli insetti
vivono in questa tomba.
La chiave viene perduta
e ritrovata ogni sette anni.
M’invitano a indossare abiti vecchi,
tute scafandri caschi,
se voglio entrarvi a cercare con la candela
cose che altri dicono preziose
senza conoscerne i nomi francesi o arabi.
Appena trent’anni fa erano vive,
ancora in uso. Niente di speciale:
contenitori per olio e conserve,
attrezzi per lavorare la terra.
Cose che non hanno ancora un nome
nella straniera lingua in cui scrivo.
E non vorrei, del resto, per rispetto,
scriverne i nomi in corsivo,
evocarle in dialetto.

Sopravvivono i nomi – e gli scheletri.
Durano poco, oggigiorno, le cose.
Le parole, un po’ più durature,
non sono pietra, sono creta, o rame,
che quando è nuovo sembra oro.
Ma questa è l’epoca della resurrezione,
della vita eterna sulle mensole
di vetro, nei paradisi antiquariali.

Dovrei svuotare questo intestino cieco,
tradurre tutto nella mia nuova casa,
quando ne avrò una: panieri ceste
lumi a petrolio crivelli caldani
stoviglie pentole giare
cordame aratri falci rugginose
e ragnatele spesse come terra.
Ma basterà lavare, restaurare?
E quali piante dovrò coltivare
nel mio giardino?

O cara infanzia, amate cose, vecchie
e non antiche, Itaca
è mai esisistita? E vi ho davvero amate?
Ci eravamo disaffezionati
a voi, alle vostre ombre, come ai malati
che non guariranno più,
e non li guardiamo neppure,
quando siedono a tavola
pallidi e silenziosi.
Trent’anni dopo, di sé non lasciano
che ossidi, gusci vuoti e contraffazioni
persino nella memoria. No, non somigliano
alle patacche in vendita presso gli scavi,
né alle reliquie dubbie degli antiquari
che mostrano gromme e patine “originali”.

Dovrei lodarvi, venerarvi, o lari,
comporre odi per voi e peana.
Invece mi fate pena, come a mio padre.
Nascondetela, quella padella
annerita al fuoco di legna.
Perchè le avete inflitto
il ludibrio di stare lì esposta,
appesa, tra rampicanti e bougainville,
al muro di cinta di un villino,
in compagnia di un’erma di cemento
e di ortensie negli scaldini?
O almeno allontanatela del tutto,
truccatela, mummificatela
come le sue sorelle,
la cui crosta di fumo fu lavata
con l’acido per il water,
e il cui rame splendente, ritrovato,
venne di nuovo cancellato
con nitrato d’argento e ammoniaca
che le insignirono di un verde antico,
da bronzo greco o patella
trovata alla Villa Romana.

I miei ricordi non sono ancora
memorie. E vorrei cancellarli
con plasticoni e vernici. Non posso
tenere i cadaveri dei miei morti
in mostra sul canterano.
Tornato da Milano, del resto, non ho trovato
il lume a petrolio nel granaio,
il fuso e l’arcolaio nel sottoscala.
I miei cugini li avevano razziati
e venduti ai mercanti di Catania.
Puzza di morchia la giara superstite
ancora dopo trent’anni.
Dovrei riempirla di terra, come fan tutti,
e piantarci una palma, o dei gerani.
Ma mio padre e mio nonno a Leano
non piantarono palme, mai, né oleandri,
né rose né gerani. Gli unici orpelli
erano le decorazioni sulle stoviglie,
le ceramiche di Caltagirone.
Ma quelle erano fiori dei padroni,
regali del barone palermitano,
del cavaliere gerosolomitano.
I miei avi piantavano peri e meli
e pomodori, non laurocerasi.
E mandorli e noccioli, altro che ficus.
Seminavano grano, non prati inglesi.
Cipolle, non bulbi di crocus.
Le palme e i fiori stavano ai giardini pubblici,
non in casa e in campagna.

Ce n’erano anche là, fiori, cipressi,
dietro il muro di glicine e spine
che ci vietava la cerca dei nidi,
nella casa che apriva il suo cancello
solo a settembre, quando l’autunno
con l’esattore veniva
a esigere il raccolto dell’annata.
Ed allora cessava
il silenzio solenne in quei giardini.
Gli uccelli vi potevano cantare,
il signorino giocava
con una palla d’oro,
il fiero campiere s’inginocchiava
e baciava la mano.
Narrano che a dodici anni
il signorino morì
per una puntura di vespa,
o forse perì avvelenato
da un bicchiere di vino di Serradape.
E il barone, che aveva celebrato
l’aria salubre dei colli armerini,
non vi tornò mai più.

Ci sono entrato mai in quella casa?
Grande, più grande d’ogni casa umana.
Ero bambino e l’orgia dei tritoni,
là, fra gli spruzzi e i salici di babilonia,
mi parve cosa che forse ho sognato.
Dagli archi un po’ normanni e un po’ moreschi,
dalle mensole e dalle balconate
ghignavano e ringhiavano mascheroni,
un po’ draghi e un po’ grugni satireschi.
E dentro, quanti marmi e princisbecchi!
nuvole a forma d’angeli e madonne
volavano fra stucchi e lampadari.
Le cornici barocche dei ritratti
di Paladino, gli specchi, i doppieri,
le dormeuse le agrippine i luigi dodici
e altre meraviglie che anche adesso
non saprei come chiamare:
roba che certo non potrei trovare
alla Zineffa, rivendita
di vernici e cornici fatte a mano,
barocche anch’esse e di poliuretano.

Il corniciaio vende anche le pecore
di gesso, e putti e piccoli gazebo
per i giardini con bossi e panchine,
cose che tutti possono comprare.
Mi racconta che il padre era un pastore.
E io ripenso agli ovili di Muliano
e al pastorello di quattordici anni
che ammazzò col bastone una ninfa
chiamandola puttana.

Lu iornu pasciva li pecuri
la sira faciva sipali… (1)

Degli ovili come dei terreni
facevano recinzioni con muri a secco.
Le pietre nel ragusano
sono merda del diavolo,
altro che suiseki e giardini zen:
per ogni chicco da seminare
bisognava togliere una pietra.
A Enna, che si chiamava Castrojanni,
le case dei pastori erano grotte,
come nel presepe, e di pietra vera.
I figli di quei trogloditi sono pingui
come tutti gli ex emigrati
e bilingui: ennese e tedesco.
Fanno sopraelevazioni e seconde case
con blocchi di cemento.
Folcloristi antropologi professori
li vogliono specie antica da salvare,
ma quelli non lo sanno: troppi innesti
allignano sull’ignobile nobile ceppo.
Nel campo avito piantano un pesco
e due pini di aleppo.

(1)Da una canzone popolare: 
di giorno pascolava le pecore/di sera costruiva muri a secco.

traducendo

Visto che nessuno ha pubblicato nulla, nonostante il semaforo sia rimasto verde per un giorno e una notte, ne approfitto per farlo io con questa traduzione che mi pare tematicamente adatta al blog in cui mi trovo.

Così dunque vivrò, credendoti fedele,
come un marito ingannato; così il viso d’amore
potrà ancora sembrarmi amore, sebbene già mutato:
con me il sembiante tuo, il cuore altrove;
ché nei tuoi occhi odio non ha stanza,
sì che non so in essi leggere che muti.
In viso a molti sta d’un falso cuore la storia
scritta in musi e cipigli e strane pieghe.
Ma il cielo nel crearti ha decretato
che nel tuo viso sempre stesse amore,
e dei pensieri e processi del tuo cuore,
il tuo sguardo non dice che  dolcezza.
Quanto simile si fa la tua bellezza al pomo di Eva
se la tua apparenza in tua dolce virtù non trova rispondenza!

So shall I live, supposing thou art true
Like a deceived husband; so love’s face
May still seem love to me, though alter’d new;
Thy looks with me, thy heart in other place:
For there can live no hatred in thine eye,
Therefore in that I cannot know thy change.
In many’s looks, the false heart’s history
Is writ in moods, and frowns, and wrinkles strange,
But heaven in thy creation did decree
That in thy face sweet love should ever dwell;
Whate’er thy thoughts or thy heart’s workings be,
Thy looks should nothing thence but sweetness tell.
How like Eve’s apple doth thy beauty grow,
If thy sweet virtue answer not thy show!

(William Shakespeare, Sonetto 93)

AR TELEFONO (POESIA IN ROMANESCO ORECCHIATO)

(Cari amici, mi sun de Milàn – giammai del Milan!- però un quattro anni fa m’è venuto il raptus di scrivere qualche poesia in romanesco orecchiato . Questa non è mai uscita dal mio computer, è proprio inedita. I romani eventualmente in linea, se vogliono, possono correggere gli inevitabili strafalcioni. Un caro saluto a tutti da Franz/Markelo!) 

AR TELEFONO

L’antro ier sera quanno tramontava

e er chiaro de la sera se scioglieva

e faceva la notte ner baleno

d’una romana e dorce tiritera

me sò fatto coraggio e t’ho chiamata

ar telefono amico dei codardi.

 

Senza che tu vedessi la mia faccia

pregna de stordimento e in più d’ambascia

t’ho detto che partivo un po’ più tardi

senza famme capì co li miei sguardi.

Nun hai fatto la piega né un sospiro

m’hai detto ch’eri invero si contenta

ma co la voce che drento ar respiro

procedeva annoiata e pure lenta.

 

“Allora che voi fa, voi venì qui?”

m’hai domannato un po’ pè fare fiato

un po’ pè famme credere de si

che davero volessi famme grato.

Era dorce e cattiva ner contempo

quella tua frase detta circospetta

me faceva capì ch’era ormai tempo

de vortammese er core a chi l’aspetta.

 

“No, nun te preoccupà, c’ho un po’ da fare”

t’ho dato pè risposta questo motto

“nun m’aspettà, e svagate un pochino, fatte trovà da l’amicucce care”.

Io volevo venì, tutto d’un botto

pè famme amare come so partito

come a li tempi belli der trasporto

quanno rispetto a oggi era invertito

questo rapporto nostro ar suo traguardo;

quanno m’amavi tu cor solo sguardo

che te scoccavo quanno t’abbracciavo

te intorcinavo tutta de passione

te facevo smanià la convulsione

come ar montaggio de la majonese

ner novero dei piatti alla francese:

e più m’amavi più me te negavo.

 

Ora, co sto bruciore ar core de lo stommaco

m’intorcino er cervello e le budella

co l’interiora ar posto de la mente

e ar posto der cor tuo la coratella.

Me consolo magnando, svaporando de bianco imbecillente

cor bianco der lenzolo pè sudario

e a fine pasto diggerisco gnente.

 

Ripenso a li bei tempi ora in carcassa

a quanno me chiedevi “voi venì?”

cor core in tal tumulto che la Sip

ce faceva pagà la soprattassa.

E quella sera stessa, attaccàti l’un l’altro come fronde

me davi in pasto core e pure sesso

movendo ner mio corpo mille onde.

 

Ma se ho ben donde de parlà de onde

è perché de ‘ste cose sono esperto:

si, l’onde der mare solo e sempre a luglio

e l’onde radio pè captà li mejo;

ma l’onde der telefono conosco

mejo der tipo losco le sue tasche:

perché quell’onde lì sono un po’ strane

te bucano er cervello cò l’impulsi

de piagne solo le tue gocce vane

pè finì dritto ar giro de l’insulsi.

 

Ora la storia bella s’è invortata

come ar tegame er fritto de frittata;

quello che soffre adesso è il qua presente

che appende la cornetta e in più se pente

persino per averte disturbata.

Lo specialista

Una lieve carezza sulla carotide,
poi, per due secondi, mi ausculta il cuore.
Mi scruta dentro un occhio, poi nell’altro,
senza guardarmi negli occhi.
Mi misura il cranio con un metro,
come un sarto, un antico cappellaio.
Mi farà un’anima nuova e alla moda.
Palpa la fronte, le palpebre.
Annota ciò che va detto per l’anamnesi
e pure ciò che non dico
per pudore.

“Cefalea essenziale” è la sentenza.
Ci avrei giurato: io non potevo
ammalarmi di un morbo che non fosse
la quintessenza di quel morbo stesso.
L’archetipo, l’idea platonica del mal di testa.
La delucidazione non sarebbe
compresa tra i suoi doveri
o nel prezzo, o in entrambi. Tuttavia
mi spiega che “essenziale”
è quell’affezione o malattia
di cui non risultano obiettive
cause o indizi nel sangue o nelle varie
escrezioni, che pure attraversano
il disordine vasto dei pensieri
e la cancrena della nostalgia.

Essenziale. Però mi propina
bonifiche antibiotiche, non si sa mai,
e non steroidee e cortisoniche.
Io invece mi prescrivo di:
alzarmi dalla sedia,
aprire la finestra,
spengere il PC.


 

 

Questo è un vero SCOOP

Visto che Giowanni si mantiene nel suo ritiro e si compiace di far l’ospite a casa sua, cerco di evocarne la presenza – e di stuzzicarne gli umori – pubblicando poesie piuttosto audaci (o hard o ardite, osé, erotiche o sporcaccione, come più vi piace) di un suo quasi compaesano, tal Carmelo Vullo, siculo catanese, uomo bizzarro, genialoide e inconcludente, a quanto ho capito, che aveva girato anche un po’ il mondo (o forse solo l’Italia) arrangiandosi variamente, talvolta anche con momenti di non trascurabile e presto sperperata fortuna, senza però mai radicarsi in nessun luogo né mestiere, finché, dopo la guerra, era tornato in patria a far nulla, campando di una miserabile rendita e passando il tempo nei caffè ad attaccar socraticamente bottone con altri perdigiorno come lui.
Questa la storia del personaggio.
Almeno quella che ho ricostruito io dai cenni (un po’ reticenti, per la verità) che me ne ha fatto Giowanni. È lui infatti che mi ha fatto avere questo piccolo canzoniere erotico, di cui – pur non avendo mai conosciuto di persona l’autore, morto quando lui era ancora un ragazzo – si è romanzescamente ritrovato in possesso, attraverso vicende che io spero vorrà di persona narrarvi in stile suo.
È possibile che ne sia circolata qualche altra copia, passata segretamente di mano in mano nei vari circoli dove i maschi s’incontrano nel tempo dell’ozio, giù in Saracinia. Ma è anche possibile che il poeta avesse mostrato questi suoi tentativi, non privi di ambizioni, pur se mascherate dietro il genere “comico”, solo a pochi, o a nessuno, e che essi siano passati da un cassetto all’altro soltanto dopo la sua morte.
Certamente questa, di cui è in possesso Giowanni, è la prima e unica copia a venir resa pubblica.
Non so dirvi di più. Qualora volesse degnarsene, Giowanni stesso (se non fosse, come sembra, sordo ad ogni appello) potrebbe lui raccontarvi meglio, correggendo le libertà che mi sono presa nella ricostruzione della personalità del suddetto Vullo.

Dimenticavo: il Vullo aveva firmato queste sue rime segrete, intitolate Carmina Mentulana con lo pseudonimo (un po’ da ginnasiale, mi pare) di Cavidio Ovazio Porcio, cui aveva aggiunto il tocco: detto Carmelo.

Il genere di questi componimenti ve l’ho preannunciato.
Quanto alle poesie (di cui qui presento una scelta), esse delineano un ambiente di selvaggiume contadinesco-pastorale quasi più visionario, mi pare, che realistico. Pur se nate da una volontà giocosa, si staccano dall’ovvio che parrebbe implicito in tale premessa, rivelando anche una reale passione di ricerca espressiva. A me sono parse succose, piene di aspri sapori, e soprattutto di linguaggio ricco, immaginoso, impastato di arcaicismi e calchi dialettali, pieno di sorprese, forte. Giudicherete voi.

Avverto però che non sono adatte certamente ai minori e a stomachi virginali.

 

CARMINA MENTULANA

Versami il vino asprigno che inacida col pecorino
Strigliami il vello con l’ugne sporco di polve di paglia
Rasciugami il sudore col pregno petto, moglie.

Poi t’inginocchia in guisa caprina
La vesta sopra la testa
E guarda dal gattarolo che non venga
A domandare il lievito la vicina.

 

*

 

Maciullo al sole l’erba con dita da contadino
Erbamatta e gramigna: la mastico
Faccio un cataplasma per te stesa nell’erba
Per le tue cosce per la panzaredda
Che ha doglia e voglia.
E rossa linfa da bere,
E un figlio da formare
Di fango e d’erba frullata,
Noi rustici dèi

 

*

 

Belli i tuoi fianchi buone maniglie
Quando alla botta rimpalli o scarti di colpo
E mi scavezzi l’osso del cosso
Girati – e giri. Tu trottoli come
Gallina che cerca e non trova
L’ovo nella paglia

L’acrobata balza e si ti ribalta
– ti slogo, ti disosso.

 

*

 

Li pettini a mane, e a sera scarduffi i capegli
Ti stingi e pallida sei e minuta e minnuta
E aguzzi i tuoi duri capezzoli
E i tuoi peli  lana di ferro che mola e striglia la coscia
Ma morbida carne di brace e serica al tatto
La mangio la bagno si sfanno
In zucchero li occhi grifagni

 

*

Altri nei piatti fini fiorati di terraglia
Sulla tovaglia al tombolo e vino nei bicchieri
Io nel tuo pelo con i tuoi brodi
Rognonata insalata
Moscato della fiasca
Olio della brocca
Bocca a bocca

 

*

 

Tuo il vino rosso
Mio il latte col caglio
Mostaccini pasticci saporosi
A’ nostri denti e vasta tua mia lingua
Nel letto apparecchiato, sulla bianca tovaglia
Si slomba il toro e la bianca
Vitella incornata si dissangua

 

*

Fammi scalare orchessa il letto tuo caldo
Issami cara grassa sulle tue morbide rocche
Perdimi o pelosa nel tuo acido lattice
Immagliami megera nei tuoi peli corvini
Ruttami ninne nanne con il tuo greve fiato
Infra le cosce tue tienimi accubami piscia
Mangiami fammi abitare
Nei lavici tuoi intestini

(di Cavidio Ovazio Porcio detto Carmelo)

 

Lo scrittore è un adescatore?
(il blog di eburnea)


Bighellonando per la blogosfera,
flâneur nullafacente e autentico fannullone qual sono, e fermandomi raramente a leggere i blog che mi sembravano più interessanti (e cioè quelli il cui titolare era una donna), mi imbattei, qualche tempo fa, in http://www.frenetica-fannullona.splinder.com. Il titolo del blog, come l’indirizzo, è Frenetica Fannullona, ma sarebbe più appropriato un frenetica-e-basta, oppure frenetica-frenetica (due volte frenetica). Consiglio vivamente di frequentarlo: ci trovate anche l’oroscopo, ma non il solito oroscopo. In particolare consiglio di leggere il post di ieri, 18 dicembre, intitolato Calendari e groupies. Cioè, uno dei post di ieri, perché FF, detta anche eburnea (il suo nickname) sforna tre-quattro post al giorno. Eburnea si pone una domanda che mi ha fatto molto riflettere: lo scrittore è un adescatore? Che potremmo così riformulare, adattandola al contesto delle nostre chiacchierate: il blogger è un adescatore? Vi invito a partecipare a quella discussione. Eburnea, traduttrice dal tedesco e dall’inglese, è colta, brillante, simpatica. Ha un solo difetto: non dà il suo numero di telefono agli sconosciuti. Dovrete accontentarvi di conoscere il suo indirizzo http e il suo ammiccante nickname.