ricordando G. C.


Quel moncone di ponte che additava
la montagna lontana, sporgendo
da un dirupo franoso, là sopra una strada
che solo tu vedevi
tra saggine e ginestre e pietrame;
quel ponte, mi spiegavi, non era un ponte,
ma un antico acquedotto.
Me lo dicevi come confidando
a me solo un segreto.
Non c’era anfratto e maceria
e leggenda che tu non conoscessi
di quelle nostre contrade.

Acquedotti. Ce n’erano tanti,
in epoca romana, ai tempi
di Massimiliano Erculeo, precisavi:
specie dove ora la campagna
era più arsa e spoglia. Poi, brandendo
uno stecco come una spada,
indicavi anche tu un preciso punto
all’orizzonte, dove terminava
il tuo ponte-acquedotto.

Sei morto l’anno dopo. Ora io solo
so del balzo di quelle antiche acque
da lì all’opposto versante
lungo l’immenso ponte.

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